Trentaquattro anni. Italiano. Coraggio e talento le sue peculiarità. Foto-reporter.
È questo il ritratto di Massimo Berruti che attraverso le sue foto ha denunciato le barbarie a cui è sottoposta la popolazione ostaggio del Pashtunistan, terra di confine tra Pakistan e Afghanistan, vittima di una violenza senza eguali di natura politica, religiosa ed etnica. Uomini, donne, bambini le cui vite vengono improvvisamente stroncate. Vite spazzate via dalla guerra condotta dai droni americani. Vite innocenti ma incoscientemente coinvolte.

“Il concetto odierno di guerra infinita sembra essere quello di guerra attuale al terrorismo cioè quella in cui il nemico che si cerca di sconfiggere è un nemico invisibile, impalpabile che in maniera tentacolare si estende nel mondo ed è difficilissimo da identificare.”

Rabbia, dolore e rancore sono i sentimenti che segnano il volto dei soggetti di Berruti, e probabilmente anche il suo, marcati da tanto orrore che senza riserva colpisce e ferisce.

Immergendosi nella valle di Swat per seguire la vita quotidiana dei Lashkars, corpo di milizia civile che combatte contro la minaccia talebana in difesa degli abitanti del Pashtunistan, ha vissuto con loro e attraverso i loro occhi ha raccontato quelle vite sorprese, sempre in allerta, al nascosto.

Ha portato alla luce l’animo di quelle persone, animo nascosto dalla pelle o per meglio dire dalla consistenza fisica del corpo che diviene esclusivamente involucro, graffiato giorno dopo giorno. Contenitore dilaniato, specchio di un contenuto altrettanto lacerato. Perché in quella terra non c’e spazio per speranze, sogni o ambizioni: si è vittima di animali, lì, in prima fila, pronti ad affondare le zanne sulla preda per distruggerla. E tutto diviene una prigione, e lo stesso corpo diviene prigione di un animo che vorrebbe scappare ma non ha la forza.

Questo è il quadro che Berruti ha amaramente lasciato impresso sul display della sua macchina fotografica con un banale click. Anche se di banale c’è ben poco: ogni animo è il riflesso di occhi vuoti, spenti, stanchi di aver già subìto abbastanza.

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