Uomo e tecnica nel giardino botanico di Skrudur, Islanda

<<La tecnica è l’essenza dell’uomo. Gli uomini non hanno istinti. E non hanno un codice di comportamento predefinito come quello degli animali. In realtà, gli uomini riescono a vivere solo grazie alle proprie capacità tecniche. Oggi la tecnica è diventata elefantiaca. […]In sostanza, la tecnica è la forma più alta di razionalità strumentale raggiunta dall’uomo nel corso della sua storia ed è spassionata.>> (Umberto Galimberti, dalla Lectio Magistralis L’uomo nell’età della tecnica).

La tecnica e soprattutto la tecnologia hanno reso le possibilità dell’uomo infinite. Un pianeta che ha vissuto e ha dato da vivere alle specie dei suoi ecosistemi per millenni, sta ora annaspando per l’uso sconsiderato che una sola di queste specie ha fatto delle sue risorse in un arco temporale infimo, se paragonato al complesso del suo ciclo vitale.

Sebbene tuttavia, quando si pensa al binomio “uomo e tecnica” o “uomo e tecnologia”, la risposta più immediata e inconscia che la mente fornisce è quella legata agli scenari più apocalittici causati dall’uomo, la potenza di questa simbiosi può esplicarsi tanto in senso negativo quanto in senso positivo, come in quei casi in cui le energie vengono spese contro le caratteristiche impervie della natura, ma con riguardo nei confronti della direzione del tracciato che quest’ultima segue.

Uno di questi casi è sicuramente il giardino botanico di Skrúður a Núpur, in Islanda, posto sulla riva del Dýrafjörður, fiordo che solca la regione nord-occidentale dell’isola.

Francobollo centenario

Lo scenario roccioso, culla di una natura selvaggia, capricciosa e “in-addomesticata”, segnata dal carattere estremo delle condizioni ambientali in cui il sito sopracitato riversa, richiama facilmente alla mente, soprattutto se associato al concetto di paesaggio, il famosissimo dipinto di Caspar David Friederich “Viandante sul mare di nebbia”, nel quale una figura posta di spalle in primo piano su uno sperone roccioso contempla la vista delle onde del mare che violentemente s’infrangono sulle rocce.

Nonostante sia ritratto di spalle, nella figura ritratta da Friederich è possibile leggere un fare orgoglioso, byroniano, che fa da contrappunto al mare che gli sta davanti come una scenografia, vessillo dell’Irrazionale e del Sublime, dai quali però la figura non si allontana con distacco, ma se ne fa compartecipe. Nel gran numero di definizioni del concetto di “Paesaggio” è infatti sempre possibile riscontrare il ruolo principe svolto da un soggetto che, all’atto della vista, riconosce in una serie di elementi e nelle relazioni che tra questi ultimi intercorrono, l’appartenenza ad un immagine o ad un immaginario riconoscibile, insito nell’ interiorità del soggetto o nella conformità ad un codice di valori appartenente alla comunità.

Se da un lato, quindi, il Paesaggio si esplica attraverso un’ azione “empatica” del soggetto, dall’altro è importante nella sua definizione anche il riconoscimento del complesso di azioni esercitato sul luogo, come affermato nella Convenzione europea del paesaggio, sottoscritta a Firenze nel 2000:  <<“Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni>>.

Il giardino botanico di Skrúður è stato fondato nel 1909 ad opera del reverendo di campagna Sigtryggur Guðlaugsson e di sua moglie con lo scopo di creare una piccola oasi in un territorio brullo e inospitale all’interno della quale coltivare piante e ortaggi che altrimenti difficilmente sarebbero sopravvissuti in tale clima. Affiancato ad un’attività didattica d’insegnamento della botanica, il giardino divenne in breve tempo un successo tra gli isolani, richiamati in frotte dalla presenza dell’allora unica fontana presente sull’isola.

Abbandonato verso l’inizio degli anni ’80, a seguito della chiusura della scuola di botanica, il giardino è stato rilevato nel 1992 da un’associazione nata ad hoc per la sua salvaguardia: grazie all’attività volontaria di studenti di agraria locali, pian piano vennero ripristinate dapprima le siepi e gli orti, poi gli elementi non naturali, come la sostituzione della segnaletica o del portale  ̶  il cui originale è oggi esposto al Museo di Storia Naturale di BolungarvÍk  ̶ realizzato con mandibole di balena abbandonate dalla comunità di pescatori locali che un tempo si dedicavano alla lavorazione dei cetacei.

Il giardino è oggi tornato ad essere la piccola oasi di vegetazione e di pace che era, animata da visite per lo più modeste, ad eccezione di qualche sporadico carico di bus di turisti in gruppo.

L’azione svolta dalla comunità, che ha saputo recuperare e preservare un pezzo di patrimonio locale piccolo, ma ricco di qualità, è stata valorizzata grazie al riconoscimento, nel 2013, del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, promosso dalla Fondazione Benetton, che dal 1990 porta avanti una campagna di sensibilizzazione nella diffusione della cultura del “governo del paesaggio”.