Quando parlo di un artista, devo necessariamente entrare a fondo nella sua vita, capire le sue scelte, i suoi pensieri ed i suoi sentimenti. Ho bisogno di sentirmi legata a lui, come un filo empatico che lega la mia mente alla sua, sentire ogni sua sensazione. Devo pensarla come lui, fingere di essere lui, altrimenti è inuitle: guardo le opere, mi focalizzo sulla tecnica, esprimo un giudizio estetico, cerco di indovinarne il significato intrinseco, ma poi me ne dimentico. Alle volte invece capita che me ne innamoro, può diventare anche un’ossessione, temporanea e non.

Cildo Meireles è uno di questi artisti. La prima volta che ho visto una sua mostra è stata a Madrid, per poi rincontrarlo all’ HangarBicocca di Milano poche settimane fa.

Delle sue opere non c’è da apprezzare l’estetica, le linee o le forme, la sua è un’arte contorta e concettuale, spesso incomprensibile a primo impatto, se prima non ci si sofferma a capire il suo pensiero.
Il suo forte interesse verso le civiltà indigene brasiliane e le costante ricerca delle radici d’America, trasmesso dal padre che lavorava per l’Indian Protection Service, lo rende ai miei occhi profondo e poetico.

Come esprime in “Cruzeiro do Sul” (cubo di 9mm di lato, metà in pino e metà in quercia) facendo riferimento alla popolazione indiana dei Tupi mediante l’utilizzo di due legni ritenuti sacri e in “Olvido” (tenda indiana realizzata con 6.000 banconote di vari paesi americani, 3 tonnellate di ossa di bue, carbone, casse e 70.000 candele di paraffina a circondare l’opera) che rievoca la lunga e dolorosa storia coloniale degli Stati Uniti che ha portato alla scomparsa dei nativi d’America e così alla graduale dimenticanza delle proprie origini.

Siamo spesso abituati a vedere le opere d’arte, come oggetti sacri, inviolabili, inavvicinabili, e spesso addirittura in-fotografabili. Concetto ben diverso quello espresso da Cildo, il quale ritiene che l’ arte debba essere immersiva e multisensoriale, richiedendo così il totale coinvolgimento del pubblico e superando una volta per tutte la dicotomia tra autore e spettatore.

Cildo Meireles esprime tutta la sua poetica, le sue riflessioni, i paradossi e le ansie umane attraverso il meccanismo dell’accumulazione, la distorsione della scala dimensionale e la multisensorialità, con lo scopo di far provare a noi spettatori, entrando in contatto con le sue opere, una sorta di disorientamento spaziale e cognitivo, invitandoci così alla riflessione.

 

Foto di Diana Magri (mostra a Madrid, Palazzo di Velázquez, Parco del Retiro – Hangar Bicocca, Milano)

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