Intervista con Arne Svenson – La vita prima e dopo

Arne Svenson è un fotografo californiano 61enne, trapiantato a New York da 35 anni. Il suo background si fonda su studi per l’educazione neonatale, che lo avviano lavorativamente in un programma per neonati mentalmente disabili e successivamente nell’educazione di bambini affetti da Autismo.

Il suo approccio alla fotografia è del tutto personale. “Una volta a New York ho iniziato a fotografare per capire questo mondo che mi circonda, e l’ho fatto ritraendolo e studiandone i risultati”.
Quello che più lo affascina del filtro fotografico è il relativo distacco dalla realtà, che lo fa sentire “parte del mondo ma ancora lontano da esso”.

La sua sensazione è facile viverla in prima persona guardando la serie “The Neighbors”, la raccolta di scatti rubati all’intimità degli altri, alla loro vita di tutti i giorni, un’indiscrezione dolce che fa sentire parte della scena ma fuori da essa.

La straordinarietà di Svenson è quella di rappresentare perfettamente l’umanità, e la sua capacità è quella di riuscire a trovarla in ogni suo soggetto.

“Medical Museum” è la massima rappresentazione di un’umanità che è stata, della vita che non è più.
Gli scatti della serie sono stati raccolti al Mutter Museum di Philadelphia, un museo che ospita una collezione di “stranezze” mediche e anatomiche donate nel 1858 da Thomas Dent per il miglioramento della ricerca medica. (Il museo è tuttora aperto, ed è possibile visitarlo acquistando un biglietto di ingresso al costo di 15$).

Parlare di questo straordinario lavoro con Mr Svenson è stata un’esperienza quasi mistica, molto intensa, un’occasione di riflessione sulla vita, da lui raccontata in modo così riverente e straordinariamente delicato.

Table in Lab - Arne Svenson

Medical Museum è una serie di forte impatto ed è difficile restarne indifferenti. Cosa l’ha spinta ad incentrare l’intero lavoro fotografico sulla grottesca collezione del Mutter Museum?
Io non considero grottesca la raccolta dei campioni esposta al Mutter Museum, più che altro è meravigliosa, intensa e mozzafiato. Ogni oggetto che fotografo al museo è trattato con il rispetto che offro ai soggetti in vita. Anzi, la considero ritrattistica, sebbene i miei soggetti siano il calco in gesso di gemelli siamesi, la rappresentazione in cera del morbo di Hansen o un campione teratologico. Ogni esemplare ha una storia e viene da un passato vivente, e il mio obiettivo è quello di rappresentare quell’ “umanità” nel modo più empatico possibile.

Quali sono le sue sensazioni davanti alla collezione di “stranezze” del Museo?
Le sensazioni che provo sono complesse. Sono inondato dalla consapevolezza che sto immortalando un essere che possedeva una vita, un’anima, e che, a causa di circostanze ben oltre la propria immaginazione, è finito per essere esposto in un museo! Se ti interessa sapere se ho mai provato spavento o disgusto davanti a quello che vedo, ti rispondo assolutamente di no: sto ritraendo esseri umani, qualunque sia la loro forma finale, e questo non potrà mai essere una fonte di paura.

Se dovesse sintetizzare la serie Medical Museum in 3 parole, quali userebbe?
E’ impossibile per me riassumere in 3 sole parole il Mutter Museum. Non me ne basterebbero 300 forse…

Questa serie è stata pubblicata in “The Mutter Museum: of the College of Physicians of Philadelphia” (di Gretschen Worden), insieme a lavori di artisti quali Joel-Peter Witkin, che fa del grottesco il concetto portante della sua fotografia. Se dovesse riassumere in un tema unico tutto il suo lavoro, quale sarebbe?
Il tema portante del mio lavoro è incentrato, per la maggior parte, sul concetto di rianimazione; il respiro della vita in qualcosa che giace dormiente o moribonda. Attraverso la fotografia cerco di resuscitare i perduti, dimenticati o ignorati. Puoi vedere chiaramente questo concetto nella serie del Mutter Museum, in “Unspeaking Likeness”, la mia serie sulle ricostruzioni facciali forensi, e “Prisoners”, una ricerca di foto segnaletiche dei primi anni del 1900.

Delle sue serie ce n’è una alla quale è più legato o che la rende più orgoglioso?
La mia serie di più ampia portata è “Unspeaking Likeness”. Le fotografie non sono solo state esposte in gallerie e musei, ma sono state usate anche per aiutare a identificare le vittime di omicidio ritratte nelle ricostruzioni. Questa applicazione del mio lavoro alla “vita reale” è un’umile esperienza e continua ad essere fonte di informazione per il mio lavoro in corso.

Progetti per il futuro imminente?
Attualmente sto lavorando a numerosi progetti, incluso uno sulle bizzarrie di Las Vegas, e anche una serie che riprende un gruppo di teenager affetti da Autismo.

Attualmente Arne Svenson vive in un loft a Manhattan col compagno Charles Burkhalter e il loro gatto Monkey.