Oleg Oprisco – Un surreale mondo in analogico

Cascate di capelli rosso vermiglio. Sguardi enigmatici, volti candidi. Paesaggi silenziosamente sconfinati. Atmosfere surreali. Proporzioni sproporzionate.

Oleg Oprisco, giovane fotografo ucraino, crea immagini al confine tra sogno e realtà, capaci di raccontare storie e di indagare l’animo umano.

A guardarle, è difficile credere che le sue foto non siano sottoposte ad un lungo lavoro di post-produzione digitale. Al contrario, però, Oleg non scatta in digitale, ma unicamente a pellicola, utilizzando una Kiev 6C e una Kiev 8C, apparecchi (fabbricati in Ucraina durante il dominio sovietico) che, al momento, hanno un valore di circa 50$. Le uniche modifiche che apporta ai suoi scatti sono una correzione dei colori e un ritocco delle polveri.

Oleg, nato nella piccola città di Lviv, in Ucraina, si avvicina alla fotografia all’età di 16 anni scattando per amici e conoscenti.
Compiuti i 18 e trasferitosi a Kiev, diventa assistente presso un noto fotografo pubblicitario.
Ma quel lavoro non lo soddisfaceva, mancava di creatività.
Finalmente a 23 anni comincia a scattare per conto suo, lanciandosi alla scoperta di nuovi mondi, sperimentando uno stile di fotografia sempre più evocativo.
Seppure le sue fotografie ritraggano luoghi e situazioni diverse, la sua impronta stilistica è fortemente riconoscibile, sia per le tonalità di colore che usa, in qualche modo sempre coerenti tra loro, sia per la costruzione stessa della foto da cui traspare la forte sensibilità dell’artista, capace di suscitare emozioni contrastanti nello spettatore.

Oleg Oprisco

Oleg ammette che preferisce ideare e costruire tutto il set da solo, senza avvalersi dell’aiuto di un team.
Parte da un’idea, da una palette di colori, e scova una location. Crea i costumi e gli oggetti di scena, spesso e volentieri smisurati, dà istruzioni per trucco e capelli, e scatta.
Ogni sua foto prende paradossalmente diretta ispirazione dalla realtà, che per l’artista è “una perfetta fonte di ispirazione per tutta la bellezza che racchiude”.
« Penso che siamo influenzati da qualsiasi cosa vediamo, ascoltiamo e leggiamo. Non si può semplicemente ignorare il mondo che ci circonda e non osservare nulla. Abbiamo un sacco di tracce musicali, istantanee, video e immagini nella nostra mente. E’ come un mixer gigante. Il nostro obiettivo è imparare a controllare questo mix e aggiungere le nostre note e i nostri colori personali».

Le prospettive coinvolgenti che Oleg cattura sembrano non curarsi dello spazio e del tempo.
Le storie che racconta sono lievemente velate dal mistero e lasciano in bocca un retrogusto enigmatico. Riescono ad essere allo stesso tempo tanto naturali, quanto surreali.
Le protagoniste sembrano donne di un’altra epoca, o di un mondo fiabesco, e sembrano essere colte di sorpresa, immortalate in un attimo di eternità. Lo spettatore si trova involontariamente in bilico tra una sensazione di equilibrio e tranquillità e una di inquietudine e ansia: la calma infusa dai toni e dai colori, contrasta la malsana curiosità di sapere chi è quella donna, cosa fa e perché si trova in quella situazione, tanto assurda, quanto reale.

Nei suoi scatti c’è una delicatezza devastante, capace di creare un urto di emozioni in chi li osserva, un impatto tanto coinvolgente da trasportarci esattamente lì, nascosti in un folto cespuglio di fiori. Lì seduti su una torre di valigie o sull’orlo di uno scoglio, a dipingere un prato o circondati da milioni di farfalle.
Lì, persi in un paesaggio sconfinato, in una natura al contempo complice e ostile, nel fragoroso silenzio dei nostri pensieri.