Antonio Acuto, Paolo Ventura, Carlo Aymonino, Guida Canella, Gianfranco di Pietro, Rocco Carlo Ferrari, Onofrio Mangini, Aldo Rossi, Luigi Vietti, coordinati da Steve Minnich e Francesca Onesti, sono i nomi dei progettisti di quella che sarebbe dovuta essere la città del futuro: Barialto.

E’ un complesso residenziale, nato nel 1992, a pochi chilometri da Bari, quartiere di ispirazione howardiana, legata al concetto di Garden-city.

Oscar Buonamano, in un articolo di presentazione del progetto, parla di New town. Vent’anni fa veniva presentato come il più stravolgente e sensato intervento di progettazione urbanistica nel Sud Italia. Progetto nato in seguito alla proposta dell’allora Onorevole Giuseppe Degennaro.

Affidato agli otto gruppi dei sopracitati architetti, si sviluppa per circa ottanta ettari e si basa sulla ripetizione della singola unità abitativa. Otto progetti, con la conseguente nascita di altrettanti comparti tutti uguali e tutti caratterizzati dalle stesse abitazioni. L’intera area, come un cambio di tendenza nel paesaggio rurale pugliese, oltre ad accogliere una distesa di case, è circondata da campi da golf. In principio, come da progetto, Barialto, avrebbe dovuto avere tutte le infrastrutture necessarie e i servizi utili per la nascita di una vera e propria piccola città giardino, satellite di Bari ed esempio del giusto vivere.

Alla base del progetto complessivo, ci sono le singole unità abitative, ognuna progettata in modo differente ma di identica ispirazione: la masseria pugliese.

Così ne parla Aldo Rossi, fautore di uno delle otto tipologie abitative, delle mura circostanti e del portale di ingresso di Barialto: “Crediamo sia necessario recuperare quegli esempi che ci vengono proposti dalla memoria e dal territorio come le forme più adeguate dell’abitare. Attraversando la campagna pugliese si è colpiti da un paesaggio scarno e affascinante, quasi perduto nel tempo, dove colori accecanti e precisi sembrano fondere il costruito con la natura. Ci piace pensare che la corte sia la stanza più bella: con la sua doppia altezza, essendo il luogo dove si percepisce lo sviluppo della casa e dove il soffitto è fatto dal cielo azzurro della Puglia.”.

L’obiettivo di questo vivere futuro era ricreare la complessità urbana basandosi su modelli di perfezione che ricordano l’America post bellica dei quadri di Hopper.

A distanza di vent’anni, camminando per le strade del quartiere, ci si chiede come sia stato possibile pensare a questo tipo di modello insediativo come emblema del giusto vivere e risoluzione al problema della speculazione edilizia. Ovviamente è palese il fallimento di tutti i buoni propositi progettuali e la risposta a questa domanda purtroppo è del tutto negativa.

Percorrendo questo quartiere e osservandolo, sembra quasi di camminare per le strade di un villaggio turistico in disuso, in cui la maggior parte delle abitazioni sono abbandonate e ovviamente non esistono tutti i servizi brillantemente pubblicizzati vent’anni prima e abitato da poche famiglie rispetto al numero previsto.

Sembra ovvio notare come questo modello esclusivo, sinonimo di uno status symbol, fatto di introversione ed isolamento, non sia la migliore risposta alle ricerche di pianificazione urbanistica, assomigliando sempre più ad un semplice insediamento residenziale, frutto di una lottizzazione mascherata dal nome “nuova città”.

Attraversando questo territorio  venduto come punto  di trasformazione, oggi emblema di ricca desolazione, cinto da alte mura d’oro, nasce la riflessione riguardo questi interventi che favoriscono la dispersione urbana, conseguenza di individualismi e strategie economiche e politiche.

Quindi questa “cittadella”, come tante altre presenti sul territorio italiano e non solo, purtroppo è il lascito di  cattive politiche di urbanizzazione che negli scorsi decenni hanno imperato con ondate di cemento, causando gravi problemi di consumo di suolo e danneggiando inevitabilmente il paesaggio, tanto da rendere questi nuovi insediamenti il paradosso delle città giardino.

 

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