Il ritorno della “nonna della performance” Marina Abramovic è segnato stavolta da una magnifica presenza scenica alla Serpentine Gallery di Londra. E solo lei può permettersi di potersi immedesimare nell’arte stessa.

Dopo aver fatto battere cuori, infranto leggi fisiche ed emotive, questa ricomparsa sulla scena – accompagnata da una personale a Malaga – vuole scuotere e sensibilizzare i coraggiosi che, dopo varie ore di fila, entrano in contatto, astratto e concreto, con l’artista.

Nonostante la poca pubblicità, dal primo giorno si sono registrate lunghe file di intenditori e curiosi. E il giorno dopo, anche sui social, la creazione di nuovi hashtag e la presenza di centinaia di scatti e di tweet ha fatto sì che, da una performance intima tra artista e spettatore, diventasse una performance virale e globale. Da notare inoltre la gratuità dell’evento, atta a una fruizione più diretta e concreta.

La ricerca artistica della Abramovic è in linea con la società in cui l’artista e i suoi “follower” sono immersi, ed ella si propone di poterli stimolare continuamente, anche dopo una lunga assenza dalla scena. Ne è esempio l’ultimo periodo in cui Marina è stata lontana dai riflettori per teorizzare il “metodo Abramovic” messo a punto nel suo istituto di ricerca a New York.

Otto ore al giorno per sei giorni alla settimana, l’instancabile performer supera ancora una volta se stessa rompendo ogni limite tra l’umano e l’alieno.

Ci si accomoda nella stanza, dove sei bodyguard-assistenti di Marina accolgono l’ospite, invitandolo ad accingersi a cominciare il rito. Non sono ammessi dispositivi elettronici, ci si abbandona completamente alla tempesta Abramovic da cui non ci si deve aspettare nulla, se non entrare in una prospettiva sensoriale, percettiva e riflessiva.

Sicuramente, per chi segue l’artista, il paragone con la performance precedente al MoMa di New York è stato lampante. La tematica del tempo è comune ma, mentre in “The Artist is Present” ci si limitava allo sguardo e a un profondo tocco d’empatia, in “512 Hours” l’artista è riuscita anche a rompere le barriere del tatto e dell’udito, coinvolgendo attivamente lo spettatore che inevitabilmente diventa parte integrante dell’opera d’arte.

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