Prendete un capolavoro del modernismo danese, disegnato nel 1958 da Jørgen Bo e Wilhlem Wohlert, che ha fatto dell’articolazione spaziale e della fusione con il paesaggio i suoi temi principali, e piazzate nella sequenza delle stanze il letto di un fiume in secca che si adagia come fosse sempre stato lì: la dolcezza fluida di questo paesaggio quasi lunare viene scandita dalla successione ritmica delle pareti bianche, quinta e fondale al tempo stesso in un cortocircuito di immaginazione e realtà, di esterno ed interno.

Per ‘Riverbed’, la sua prima esposizione personale al Louisiana Museum of Modern Art, poco a nord di Copenaghen, l’artista danese Olafur Eliasson ha immaginato di ricreare un paesaggio naturale che si sviluppa lungo tutta un’ala dell’edificio. La colossale opera genera un’atmosfera spiazzante, esaltando le caratteristiche di un’architettura fluida come quella che contraddistingue gli spazi modernisti del museo, in cui il cuore dell’esperienza è sempre stato il movimento attraverso la natura locale di Humlebaek. La planimetria frammentata ed espansa esalta queste sensazioni, così come la successione dei volumi che si aprono scenograficamente su scorci inaspettati.

Partendo da questi presupposti, l’opera di Olafur Eliasson si propone di andare addirittura oltre e di dare corpo a questa sensibilità sottesa all’architettura del museo lavorando con i temi già esplorati nel suo percorso artistico precedente: il fuori-scala e il rapporto con una natura che viene sintetizzata e ricondotta a uno spazio umano per consentirci di diventarne parte. ‘Your rainbow panorama’, ‘The New York City Waterfalls‘ e lo spettacolare ‘The weather project’ sono tre installazioni che riflettono sullo stesso tema in modo diverso ma ugualmente radicale, e non è difficile notarne la familiarità con l’ultimo lavoro al museo danese.

Eliasson inserisce una nuova matrice di movimento all’interno del museo dissolvendo la scansione architettonica: all’interno di‘Riverbed’ i movimenti si fanno fluidi, il passare transitorio, i visitatori si fanno scorrere, trascinare dal sottile rivolo argentato che dà un senso di vita e di temporalità all’esperienza. Spazio protetto che si fa spazio selvaggio, il senso delle sale implode ma mano che l’opera prende il sopravvento sull’esperienza dello spettatore, ricondotto a una situazione di ambiguità e mistero.

Alla colossale installazione sono affiancati altri lavori piu’ enciclopedici e introspettivi riguardo alla personale storia artistica di Eliasson: all’estremità dell’ala sud è stata creata una libreria-archivio dell’artista che include una raccolta di fotografie del paesaggio islandese scattate tra il 1986 e il 2013, a cui il visitatore è chiamato a partecipare per completarne la seconda parte, lasciata incompiuta, mentre a conclusione dell’esposizione è stata allestita una stanza dei modelli di studio, poliedri, frattali e forme geometriche complesse, utilizzati e sviluppati da Eliasson e dall’artista islandese Einar Thorsteinn.

Ma è ‘Riverbed’ che lascia l’impressione piu’ forte, e ci ricorda che l’arte contemporanea può ancora emozionare e colpire con la delicatezza delle proprie intuizioni, con il suo sguardo spregiuticato e, al tempo stesso, pieno di meraviglia.

 

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