(Ovvero di come gli architetti cileni abbiano improvvisamente iniziato a farsi notare dal mondo)

L’architettura cilena, intesa come generico contenitore di manufatti variegati più o meno abitabili, realizzati da progettisti cileni per l’appunto, si è guadagnata attenzione e riconoscimento internazionale solo in tempi recenti, e non è un caso.

Lungi dall’essere una disciplina ignorata o secondaria, l’architettura in Cile ha in realtà una tradizione fortemente radicata. Se si prende come riferimento il rapporto tra numero di architetti per abitante nella graduatoria graficizzata in Monditalia (Fundamentals, Biennale di Venezia 2014), il Cile, con un rapporto di 1 a 667, andrebbe inserito poco dopo l’Italia, la quale sbaraglia tutti con uno sconvolgente 1 a 414, ma comunque prima di Portogallo, Danimarca, Germania, Belgio e Spagna. Sono presenti sul suo territorio, inoltre, più di 40 scuole di architettura, per una popolazione di 16 milioni di persone, una cifra incredibile se si pensa che nel nostro paese ve ne sono 23 per 60 milioni di abitanti.

Il tema principale affrontato nelle ultime decadi del XX secolo dagli architetti cileni è stato quello della seconda casa. Tralasciando gli aspetti politici ed economici che hanno spianato la strada per questo (unico?) tipo di sperimentazione, è lampante come una tale tipologia si presti facilmente a rielaborazioni soggettive e voli pindarici; il fatto di essere un sistema a sé, transitorio, occasionale, da weekend – non quotidiano -, e oltretutto sconnesso in maniera netta da altri tipi di realtà complesse, come quella urbana, ha concesso una vasta libertà espressiva ai progettisti. Le tematiche sviluppate sono state, di conseguenza, quelle prettamente spaziali e fisiche, piuttosto che le scottanti questioni socio-culturali, concretizzatesi in un’attenzione esemplare alla matericità delle opere e al loro rapporto con il paesaggio. Queste caratteristiche, che hanno tratto la loro origine dal territorio stesso e dalla sua conformazione, sono da considerare consolidate nell’approccio progettuale locale.

Tali sono i presupposti dai quali, negli ultimi anni, sono emerse alcune esperienze significative, di carattere finalmente urbano, che hanno saputo porsi come modelli di intervento di più ampio respiro ed uscire dall’autoreferenzialità delle isolate realizzazioni architettoniche. Una ritrovata sensibilità collettiva, senza dubbio connessa ad una socialità pubblica in fase di ritrovamento, che si riflette in progetti attenti alla comunità nella sua interezza, dalle classi benestanti a quelle indigenti, concentrati nelle tre città principali del paese: Santiago, Valparaíso e Concepción.

La logica di mercato rimane ancora l’essenziale motore trainante dello sviluppo edilizio, favorita da una regolamentazione urbanistica sommaria, frutto a sua volta del neoliberismo introdotto dal regime pinochetista. Ciò ovviamente interferisce con la qualità architettonica del costruito, ma vi sono delle eccezioni: architetti come Mathias Klotz, al momento alle prese con un esteso progetto immobiliare nella periferia di Santiago, o Cristián Undurraga, prescelto per il Padiglione del Cile all’Expo Milano 2015, che da sempre si occupa di spazio pubblico e non manca di rilevare le problematiche che affliggono le città cilene, dimostrano sul campo il cambiamento di approccio all’architettura e alla pianificazione urbana, e soprattutto le potenzialità spaziali dei contesti urbanizzati da ciò veicolate.

Es vergonzoso que aún construyamos una ciudad para unos y otra ciudad para otros.
Cristián Undurraga

Con una prospettiva irrimediabilmente euro-centrica, sono stati identificati 6 ‘casi’ architettonici utili a fornire un’istantanea, un po’ sgranata, dello stato dell’arte della disciplina nel paese sudamericano. Ecco dunque una lista (con l’intento proprio di tutte le liste di stimolare la curiosità soprattutto sulla vastità di ciò che è stato tralasciato) di esperienze, dall’edilizia di piccola scala, a quella sociale, a progetti di spazi pubblici, a installazioni, a ricerche didattiche, che eterogeneamente contribuiscono a produrre e diffondere le buone pratiche.

Pezo von Ellrichshausen 

Mauricio Pezo e Sofia von Ellrichshausen sono una coppia di giovani architetti che ha riproposto il tema caro alla tradizione cilena, la seconda casa, declinato nella contemporaneità e in chiave urbana. Quest’anno sono stati insigniti del premio Mies Crown Hall Americas Prize (MCHAP), nonché selezionati dalla London’s Royal Academy of Arts per Sensing Spaces: Architecture Reimagined e dal MoMA per Conceptions of Space: Recent Acquisitions in Contemporary Architecture.

Ochoalcubo, Marbella Ochoquebradas, Los Vilos 2002- in corso

È attualmente in corso la seconda fase di quest’iniziativa avviata da un imprenditore, che vede la collaborazione di noti architetti cileni e giapponesi per la progettazione di abitazioni unifamiliari. Il fine è quello di coniugare l’interesse economico con il valore architettonico, non trascurando il potenziale didattico – attraverso workshop e conferenze -, per dare origine ad una forma di ‘utopia di mercato’ (Anahí Ballent).

Ciò che ne emerge è certamente una serie di esercizi di stile, compiuti però da personalità eminenti, in un paese dove avere accesso ad un’architettura di qualità non è per nulla scontato.

Monolith Controversies – Padiglione del Cile, Biennale di Architettura di Venezia Pedro Alonso e Hugo Palmarola, 2014

Una ricerca che indaga il dialettico rapporto tra le tecniche costruttive industriali e gli avvicendamenti politici (dal governo Allende, alla dittatura di Pinochet, ad oggi), il cui simbolo diventa una parete prefabbricata in cemento armato del 1972, rovina della modernità. È valsa al Padiglione cileno il Leone d’Argento.

Parque Cultural de Valparaíso, Valparaíso HLPS, 2011

La riconversione dell’ex-prigione di Valparaiso (Patrimonio mondiale dell’umanità e capitale culturale del Cile) in centro culturale si pone come esempio emblematico di un riscoperto legame tra architettura, contesto socio-culturale e forze endogene locali. Dopo un’iniziale proposta ‘donata’ alla città dal mostro sacro dell’architettura Oscar Niemeyer, infatti, la cittadinanza e la comunità professionale sono insorte esigendo un progetto più rispettoso ed integrato. Il prescelto è stato quello di un gruppo di giovani architetti cileni, HLPS, attraverso l’indizione di un concorso pubblico.

Elemental
COPEC + Pontificia Universidad Católica de Chile, Alejandro Aravena

Elemental è un team di architetti che collabora con un’impresa petrolifera, la COPEC, e un’istituzione nazionale, la Pontificia Universidad Católica, e si occupa di housing sociale e progetti di spazi ed edifici pubblici. Il focus degli interventi è la città in quanto organismo in grado di generare ricchezza e qualità della vita, dove sostenibilità economica e sociale diventano un tema imprescindibile. Il gruppo è passato agli onori delle cronache principalmente per il versatile progetto di edilizia residenziale a basso costo Quinta Monroy, a Iquique.

Ciudad Abierta, Ritoque

Tutto ha inizio con un viaggio e un poema. Il viaggio è in America Latina e il poema viene intitolato Amereida. Così un gruppo eterogeneo di poeti e architetti si pone alla ricerca delle radici e delle identità del continente americano e, nei primi anni Settanta, decide di stabilirsi in un’area costiera disabitata, rinominata Ciudad Abierta (il richiamo al celebre film Roma città aperta è evidente), per dare avvio ad una sperimentazione didattica. La sperimentazione continua tuttora, e l’obbiettivo è quello di trasmettere agli studenti dell’Universidad Católica de Valparaíso una metodologia progettuale che coniughi atto poetico (poiein in greco significa fare, creare) e composizione architettonica, da apprendere e testare direttamente sul campo.

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