La Royal Academy of fine Arts di Anversa, famigerata istituzione artistica già menzionata a proposito dell’eclettico Walter Van Beirendonck, si preoccupa da anni di focalizzare l’attenzione dei propri studenti sulla sperimentazione, l’improvvisazione e l’innovazione.
Tra gli ultimi, il prodotto più consistente ad emergere dalle porte dell’Accademia e meritare una speciale attenzione è Cédric Jacquemyn, giovane belga classe 1987.

Il maestro Van Beirendonck definisce con “Sublime” uno dei lavori svolti dall’ancora allievo Cédric.
I riflettori cominciano a puntare su di lui in modo singolare a partire dal 2010, anno in cui presenta la collezione “The last glacier”, ambientata fra i lapilli dei vulcani islandesi, mostrando silhouette nere a simboleggiare l’oscurità della cenere, per finire col bianco: la speranza per una nuova vittoria dei ghiacciai sugli effetti del cambiamento climatico. Insieme ai fumi e le ceneri espulsi dal cratere, l’eruzione ha generato anche la palette di colori per la collezione che è stata ispirata all’evento mediatico realmente accaduto, in Islanda, del vulcano che, eruttando sotto un ghiacciaio, mandò in tilt il traffico aereo europeo.

Il progetto realizzato lo indirizza sulla strada del successo ma soprattutto sigla l’inizio, per Cédric, di una fascinosa relazione con quella stessa terra, isola dei ghiacciai e del cambiamento ambientale.

L’Islanda rappresenta la più importante fonte di ispirazione per il designer.
La stessa Islanda dalla quale fugge perché spaventato dal potere della natura il personaggio de “Dialogo della natura e di un islandese” di Giacomo Leopardi, attrae inesorabilmente a sé un artista che non riesce, invece, a fare a meno della bellezza distruttiva che la contraddistingue.
Secondo Cédric distruggere qualcosa significa creare nuova vita.
Il cambiamento a cui si riferisce infatti va studiato con accezione positiva, inteso come rigenerazione dopo l’annullamento della realtà come la conosciamo.
Ha origine così la filosofia guida delle sue collezioni: il dualismo della bellezza sfacciata e delle emozioni che l’artista riesce a catturare ed a trasmettere meticolosamente in ogni singolo pezzo che fa.
Ci piace immaginarlo, Cédric Jacquemyn, nelle vesti del celebre “Viandante sul mare di nebbia”, dipinto in cui Friedrich ritrae un uomo che, solo, dalla cima di un monte, osserva il panorama vasto e frastagliato della stessa isola dai paesaggi suggestivi che rendono l’osservatore piccolo e vulnerabile.

La forza di Jacquemyn risiede nella sua capacità di evocare interi mondi attraverso capi attentamente colorati in tagli impeccabili e sagome sottili; più nello specifico, che evocano la natura esplosiva e pericolosa eppure stranamente bella dell’Islanda.
Gli abiti creati sono futuristici e taglienti, ma anche drappeggiati e fluidi. La sintesi di una mascolinità che suggerisce sia la forza che la fragilità di una natura forte e fugace.
L’Islanda non è solo una fonte d’ispirazione per la manipolazione del tessuto, ma anche per stampe e colori.

“To the Dephts of the last Reserve” è la collezione studiata per questo Autunno/Inverno.
L’ispirazione è tratta, paradossalmente, dalle questioni lasciate in sospeso, dalle storie incompiute che chiedono di essere concluse in un second take, in un’altra scena. Presumibilmente, Cédric ci vuole così collegare alla Spring Summer 15, la collezione successiva, che infatti ha intitolato allo stesso modo con la sola aggiunta di “Part II”.
Niente è lasciato al caso. Cédric aspetta di essere ispirato per poi dare forma alle sue idee.
Il contrasto, però, fa sempre da linea guida.
Ne “Ai Fondali dell’ultima riserva” lo vediamo giocare con l’illusione e gli effetti inattesi, combinando il rude col morbido, il ridotto col complicato, concentrandosi ancora sulla ricerca di texture e contrasti.
I tessuti focalizzati sulle fibre naturali, come l’alpaca, la pelle, il lino, volutamente si rifanno alla nozione primitiva di abbigliamento come rifugio, con la funzione di avvolgere l’uomo nella sua veste morbida e protettiva.
Riconnettendosi con le nostre radici e con l’essenza dell’abbigliamento, Cédric offre una visione spirituale e transitoria.
Per avvicinarsi ancora di più alla natura organica del suo lavoro, sceglie di utilizzare la corteccia di albero su alcuni pezzi.
L’imperfezione voluta aggiunge profondità alla linea, nonché una certa fragilità; frange irregolari adornano una giacca di lana mentre una maglia scollata dipana davanti ai nostri occhi.
I filati di corda hanno un aspetto evidentemente tribale e creano nuovi abbinamenti.
La pelle di pecora nera fa emergere un senso di oscurità e determinazione.
Il nero, a proposito, è un colore caro a Cédric, il quale estende la palette utilizzata per i capi limitatamente alle variazioni dei toni scuri.
Il cappotto è impeccabile, elegante e minimal, con bottoni nascosti e collo alto che riecheggia gesti monastici ma talvolta dall’allacciatura asimmetrica.

Cédric Jacquemyn ha sviluppato un’estetica maschile definibile come cupamente romantica. La sua produzione modellata da un tocco sensibile dà origine a capi che risultano intrisi di significato storico, etnico e mitico.
In tale filosofeggiare, l’artista è accompagnato da Yves de Brabander, collega di studi.
Yves ha l’obiettivo di catturare l’identità visiva del marchio, è cioè il fotografo oltre che partner lavorativo.
Accompagnano la produzione ready-to-wear una linea di gioielli in edizione limitata e HRAUN, un’altra linea d’abbigliamento inizialmente creata in esclusiva per WEEKDAY.

Il lavoro concettuale del giovane designer si riversa nella pratica della progettazione in maniera impeccabile.
Cédric Jacquemyn riesce a vestire un particolare tipo di individuo: un uomo oppure, in maniera meno esclusiva, una figura androgina che arrivi a comprendere le idee dietro la collezione, che si identifichi con la storia di questa e capisca il contrasto tra il suo mondo ed il mondo delle ispirazioni dello stilista.

Cédric Jacquemyn

Cédric Jacquemyn

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