Studio Mumbai e la slow architecture indiana

La situazione indiana di cui Studio Mumbai interpreta così bene caratteristiche e potenzialità si basa su un rapporto calibrato tra artigianato, progettazione, intuito e formazione. Di fatto l’India dimostra, nelle sue particolari condizioni, come sia possibile sviluppare al giorno d’oggi un’architettura che sia pienamente contemporanea ma allo stesso tempo radicata nel territorio e realizzata come un ‘pezzo unico’: Studio Mumbai è un caso particolarmente famoso e specialmente raffinato, ma il metodo di lavoro e gli strumenti non sono propri solamente di questo studio ma condivisi con una grande quantità di studi più locali in India.

L’architettura indiana, particolarmente segnata dall’esperienza di Le Corbusier, si è sviluppata negli anni del postmodernismo con figure come Charles Correa e B.V. Doshi, alla ricerca di una speciale declinazione locale dei caratteri desunti dal Movimento Moderno. La generazione degli studi architettonico-artigianali contemporanei è una radicalizzazione e un ripensamento dell’approccio a quei temi: è interessante notare come, nonostante la forte impronta di relazione con il territorio e con le tradizioni locali proposta da questi soggetti, un’universalità resti sottesa a questo tipo di opere, capaci di parlare direttamente un linguaggio comprensibile da tutti, pur se profondamente integrato nel contesto.

Bijoy Jain, fondatore di Studio Mumbai e allievo di Richard Meier, è in particolare riuscito a trasferire in ambito indiano un approccio rigoroso alla progettazione, un’attenzione al dettaglio (ogni elemento è appositamente disegnato e prodotto nello studio) e alle specificità materiche degli elementi, temi caratteristici delle opere dello studio. L’artigianalità e la concezione del progetto come un processo, un flusso a cui ciascuno è chiamato a portare il proprio contributo, hanno portato lo studio a essere una grande, sostanziale comunità di architetti/artigiani/progettisti/artisti posti tutti sullo stesso piano e volti a un risultato comune.

Fino allo scorso anno Studio Mumbai poteva contare su quasi un centinaio di persone coinvolte nel workshop di Nagaon, in Maharashtra, mentre ha recentemente affrontato un ridimensionamento in vista del progressivo spostamento nella sede piu’ centrale di Mumbai. Resta quindi da vedere come saprà affrontare questo cambiamento e soprattutto se, a contatto con la metropoli, saprà accettarne le sfide urgenti da un punto di vista sociale. Finora, lo studio ha creato begli oggetti piazzati in riva al mare, tra le palme, sulla spiaggia, ritiri aristocratici per i nuovi ricchi di Mumbai, e non ha mai davvero affrontato un tema di interesse pubblico o a diretto contatto con la città (per lo meno non con le periferie popolari). Una prima svolta si dovrebbe avere con una scuola pubblica di cui si sta ultimando la progettazione, ma le sfide per l’architettura indiana e per gli studi contemporanei sono ben più radicali e ambiziose.

Resta il fatto che l’India, come ormai pochi altri posti nel mondo, sia ancora capace di proporre una progettazione illuminante, fatta di piccoli gesti, umile ma universale, che faccia vibrare la materia, una slow architecture come nuova via che brilla tra i metodi efficenti e uniformi della produzione occidentale.