Il Repêchage nella moda contemporanea: Caterina Gatta

Parlare di moda è una cosa meno semplice di quanto appaia. L’utilizzo del termine di per sé andrebbe ben calcolato, considerando il fatto che l’uso comune non sempre rispecchia una certa validità accademica. Per moda non si intende solo il modo di vestire e di acconciarsi tipico di un’epoca, corrispondente al gusto di una data società; moda non è solo l’insieme delle attività artigianali, industriali e terziarie che determinano la produzione di abbigliamento e accessori. Oggi vi parleremo di moda in termini più ampi, sociologici, considerandola come una certa regola del cambiamento o regime del gusto che determina il favore di certe tendenze sul disfavore di altre. La moda in questo senso si evolve così per dolce defluire, nell’assenza totale di forti cambiamenti o interruzioni, ma nel perenne ripescaggio di cose di ieri rese attuali per l’oggi.
Sir Walter Benjamin definiva la moda “un eterno ritorno del nuovo” intendendola come una forma di produzione che ogni giorno deve reinventarsi. Tutto deve essere nuovo e attuale, ma nello stesso momento in cui lo diventa inizia ad esserlo sempre un po’ meno in questo gioco continuo di rinnovamento che dal passato ritorna al presente. Il repêchage è una degna caratteristica del sistema moda per dirla alla Bathes e a ciò abbiamo pensato nel guardare e nello studiare l’ultima collezione (SS 2015) di Caterina Gatta

Vi abbiamo parlato di processi perché l’approccio che questa designer romana presenta alla moda è altamente processuale, quasi filologico. Sarebbe impossibile non associare il termine repêchage a Caterina Gatta specialmente considerando i suoi esordi: stoffe vintage appartenute a collezioni di altri designer venivano adoperate per creare abiti che soddisfacessero un gusto contemporaneo, personificato dalla stilista. Il ripescaggio si concretizzava nell’investire i tessuti antichi di un significato moderno e il risultato  soddisfaceva pienamente la pretesa artistica. Col tempo la maturazione creativa di Caterina Gatta l’ha portata a estendere questo procedimento ad una dimensione più concettuale e da questa ha avuto origine anche l’ultima collezione Spring-Summer 2015.

L’ispirazione è stata innescata da un archivio privato di stampe che la stilista ha avuto modo di approfondire durante la sua ricerca: un microscopico campione d’organza datato 1770 l’ha riportata in Francia nell’anno delle nozze di Maria Antoinette d’Austria. Da lì è partito un approfondimento sull’abbigliamento di quei tempi che si è focalizzato non solo su forme e tagli, ma anche e soprattutto tessuti e immaginario. Questa collezione rappresenta proprio questo: la visione in moda di quegli anni secondo rielaborazioni e lavorazioni contemporanee. Non a caso vengono ripresi tessuti dell’epoca come il moirè, detto watered silk, che un tempo veniva realizzato prevalentemente in tinta unita mentre in questa collezione viene presentato con stampe di fiori immaginari dalle tinte viola e arancio.

La scelta dei colori dei capi, così come le stampe, è fortemente sintomatica di quei tempi come il grigio argento, colore preferito di Maria Antoinette, oppure il giglio di Francia che quasi diviene un motivo optical. I capi si impongono su un gioco continuo tra austerità e licenziosità, conservativismo e innovazione. Ecco che le severe cappe, elemento chiave della collezione, sia corte che lunghissime, vengono sdrammatizzate da vestistini girlish tesi a smorzare i toni; gravi camice dal taglio maschile vengono abbinate a shorts o gonne succinte in un continuo tira e molla visivo. Contemporaneo il modo di adoperare le piume che vengono posizionate sugli abiti in maniera strategica così da sembrare quasi frange poste a decorazione di giacche, gonne e scarpe.
Questa è la visione di Caterina Gatta che innova preservando.

A tu per tu con lo stilista:

Cosa si intende secondo te per “ripescaggio” nel processo creativo della moda contemporanea?
È importante servirsi del passato come bagaglio culturale per avere dei punti di riferimento o ispirazione, ma è altrettanto importante pensare al futuro. Guardare solo alle spalle non porta innovazione, è servirsi di ciò che ci ha preceduto camminando avanti che crea sperimentazione.

Tu ripescavi stoffe appartenute ad altri brand per le creazioni del tuo, un concetto davvero interessante. Credi che questa particolarità donasse alle tue creazioni una doppia storia? Quella del tessuto e quella della tua creazione?
Creavo collezioni con i tessuti vintage di stilisti famosi, ora dalla capsule collection AI 2014 (realizzata in collaborazione con la mia amica pittrice Sofia Cacciapaglia) ho iniziato a disegnare da me i tessuti, un mondo 100% Caterina Gatta.
Le collezioni vintage saranno solo upon request per negozi speciali e celebrity. Assolutamente sì, sono le 2 storie che hanno reso il progetto vintage unico e prezioso nel suo genere.

Cosa differenzia questa nuova collezione dalle altre?
Il fatto che i tessuti, essendo disegnati da me, sono produzioni vere e proprie. Piano piano, finemente, il mio marchio sta creando punti vendita in tutto il mondo e di questo ne sono molto orgogliosa, questo anche grazie all’aiuto della Castor, i miei produttori che si occupano sia della produzione che distribuzione dei miei capi.

Come ti poni nei confronti della storia del costume? Con riverenza? Ti definiresti più tradizionalista o vedi una certa avanguardia in ciò che fai?
Mi piace quando la tradizione sono le fondamenta, ma sopra di queste è necessario costruire del nuovo. È importante mantenere una percentuale di entrambi. Nel caso della mia ultima collezione ho rispolverato un archivio privato del ‘700, ma ho stravolto i disegni rendendo, spero, tutto molto più contemporaneo. Non mi interessa ricreare uno stile vintage, per quello preferisco i pezzi originali dei mercatini!