The space between – Intervista a AAIDO MA

Fondato da Sarah Adinolfi e Francesco Dell’Aglio architetti e dottori di ricerca in Industrial Design, AAIDO MA è uno studio di progettazione i cui contenuti trovano la loro semantica nel significato stesso del nome; AAIDO MA infatti è un acronimo: A_architects, AI_adinolfi, DO_dell’aglio, + MA_ è una parola giapponese che può esser tradotta come lo spazio, la pausa tra due parti strutturali.

“In giapponese, MA, la parola per lo spazio, suggerisce il concetto di intervallo. Un concetto di spazio che viene sperimentato progressivamente attraverso intervalli di definizione. La parola MA potrebbe inoltre essere meglio descritta come una coscienza di luogo, non nel senso di un ambiente chiuso o una entità tridimensionale, ma piuttosto come consapevolezza simultanea di forma e non-forma derivante da una intensificazione della visione dei concetti di spazio e di tempo”.

Il carattere sintetico ed apparentemente autoesplicativo, semplice e di facile lettura dei loro prodotti, spesso cela un’illuminazione progettuale, una scelta materica consapevole, ed un modus operandi, che veste l’oggetto di una propria dignità, dona ad esso il senso della vita, il motivo d’esistere tra milioni di simili.

Maison & Objet (Parigi), Tendence (Francoforte), HOMI (Milano), sono gli eventi fieristici internazionali a cui di recente hanno preso parte riscuotendo non poco successo, merito anche dell’intraprendenza e dello spirito di crescita di LITHHO Ceramic Italy che nella propria mission rivela la volontà e il proprio contributo nel coniugare know-how aziendale e concept innovativi, segno che la nuova formula Made in Italy, ha in sé il seme del saper fare e saper pensare Italiano.

Li abbiamo incontrati per una breve intervista.

Descrivici l’approccio creativo che, di norma, accompagna un vostro nuovo progetto.
Il nostro approccio creativo è da sempre basato sullo sviluppo di quel MA che è parte integrante del nostro nome. Passando attraverso la consapevolezza che il progetto non è mai una entità a sé stante ma un processo creativo in cui la forma, la funzione, l’estetica finale, si intersecano più volte fra loro assieme all’analisi dei materiali, dei colori, delle finiture. Il risultato si traduce, il più delle volte, in una estrema semplificazione della complessità del processo creativo per la nostra volontà di non eccedere nel riverbero dello stesso, nel prodotto finale. Riteniamo che la bellezza delle cose che ci circondano stia tutta nella loro estrema semplicità che contiene in sé tutta una complessità implicita, magari non percepita ma in qualche modo inconsciamente intuita da ognuno di noi.
Ti faccio un esempio: la bellezza di un fiore è innegabile ma in pochi percepiamo la complessità della sua struttura. Però percepire questa complessità non è necessario. La bellezza finale che ne scaturisce basta di per sé.
Ovviamente questo processo non è sempre univoco e non è sempre rispettato. Proprio come in natura l’eccezione, l’imperfezione diventa spesso regola, il progetto che sia di architettura o di prodotto è di per sé un’imperfezione poiché rappresenta un punto di arresto ad un processo creativo che di fatto potrebbe continuare all’infinito. In natura si chiama evoluzione. Nell’oggetto finito questa evoluzione non sempre è possibile: arriva il momento in cui il progettista deve decidersi a chiudere il progetto, a prendere delle decisioni finali, imperfette in quanto passibili di ulteriori evoluzioni.

Basta uno sguardo al vostro sito e si evince subito la voglia d’essere internazionali pur mantenendo chiare le vostre origini (Located in South Italy). Come credi che questo si rifletta nella vostra produzione?
In verità ci ha sempre divertito l’idea della spersonalizzazione. Un po’ forse per poca voglia di protagonismo, un po’ perché ci interessa molto porre un focus sul nostro lavoro anziché su chi siamo.
In ogni caso abbiamo studiato in Italia, a Napoli, dove siamo nati e cresciuti. Abbiamo avuto la fortuna e l’onore di poterci confrontare col lavoro in altre realtà, studiare e lavorare all’estero. Viaggiare per piacere sempre consapevoli che un progettista vero non va mai veramente in vacanza dal proprio lavoro e da sé stesso. AAIDO MA viene spesso ritenuto un nome orientale (poi si scopre che non lo è), ma il nostro nome contiene chi siamo. Allo stesso modo di come mettiamo chi siamo in quello che facciamo.
Senza una precisa volontà di esplicitarlo. Ma inevitabilmente viene fuori con tutte le sue potenzialità e contraddizioni. Per usare un termine molto in voga, siamo mediterranei e il Mediterraneo è forse il più orientale dei mondi occidentali.

Quanto incide il talento e quanto, invece, l’istruzione, la pratica, la ricerca? Se doveste iscrivervi ad una scuola di design, come la scegliereste?
Bella domanda! L’istruzione, la ricerca e la pratica credo siano assolutamente fondamentali. Se vai a vedere i talentuosi della storia del mondo in qualsiasi settore spesso non avevano studiato quella specifica materia. Pertanto verrebbe da dire che il talento incide al 100%, ma se poi vai a fondo scopri che erano persone di intelletto, osservatori – e quindi studiosi – che hanno affinato quel loro talento nella pratica e nella ricerca. Il background, qualunque esso sia, si percepisce. Se dovessimo re-iscriverci oggi ad una scuola probabilmente sceglieremmo qualcosa di diverso, non perché riteniamo di aver avuto qualcosa in meno, semplicemente per avere qualcosa di differente, presupponendo ovviamente di mantenere la conoscenza di quello che abbiamo già studiato.
Diciamo che come linea generale preferiremmo una scuola in cui chi insegna lo fa a ragion veduta, ovvero faccia lo stesso lavoro che vorremo fare noi. Qui si potrebbe aprire un arduo dibattito sul saper fare e sul saper insegnare. Ma riteniamo che, sopratutto nel nostro ambito, la teoria sia importantissima ma sia altrettanto importante la pratica, il toccare con mano materiali, tecniche, problemi di lavorazione, strumenti. Il progetto, se resta pura opera di intelletto, non si allontana dalla dimensione cartacea, per passare nel mondo delle cose fruibili deve essere messo in opera, deve scontrarsi con fattibilità, resistenza, deperibilità, utilità (anche estetica), ma anche con costi e quindi con mercato ed esigenze.
Probabilmente ci iscriveremmo al Bauhaus… ah no, quello è finito!

Tendenze estetiche: come cercate di non farvi travolgere dal fiume in piena d’oggetti che cavalcano l’onda dello style anziché quella dell’innovazione e della ricerca?
Cercando la coerenza con tutto quanto detto sopra. Continuando quotidianamente a studiare perché il lavoro di creativo è un continuo divenire e la scuola non finisce con la laurea ma inizia proprio quel giorno. A tal proposito, la nostra esperienza professionale é estremamente calzante. Tutt’oggi continuiamo a collaborare con l’Università, la qual cosa ci onora ma ci consente anche di continuare ad assorbire alla fonte proprio l’innovazione. Trasferire il nostro piccolo contributo in termini di esperienza professionale ma anche prendere un gran numero di stimoli e informazioni dal luogo in cui la ricerca si fa. A questo va aggiunto che la nostra esperienza in termini di mostre e fiere ci è stata, e continua ad esserci, utilissima. Abbiamo capito ed imparato molto e continuiamo a farlo. Con le prime mostre come autoproduttori abbiamo potuto testare il polso del valore di quello che stavamo facendo, capendo anche che a volte la sostanza di un progetto non è l’unica marcia che lo fa muovere. Esistono un numero infinito di variabili, alcune imponderabili, che si potrebbero riassumere con la percezione che gli altri hanno di quello che fai, che non sempre coincide con la tua di te stesso.
Non da ultimo questa esperienza è stata utilissima nella nostra recente collaborazione con il marchio LITHHO Ceramic Italy che ci ha permesso di capire quali sono le esigenze di un’azienda che non sono quasi mai le stesse di un progettista. Ma ci ha anche consentito di crescere e capire molto. Di trasferire parte delle nostre esperienze pregresse e di comprendere un mondo che prima ci era pressappoco sconosciuto, quello del mercato, dell’affermazione di un marchio, della sua credibilità: di quello che vuol dire nella pratica effettiva passare da quella famosa idea sulla carta al vederla sullo scaffale di un negozio. In questo l’azienda PTM, di cui LITHHO è un marchio, ci ha offerto una incredibile opportunità di sperimentazione e crescita professionale. Con le fiere di settore inoltre – che sono un mondo totalmente differente dalle mostre – abbiamo potuto capire che il pubblico è competente, che quel famoso MA che è nel nostro nome, anche se non lo percepisce chiaramente, lo intuisce. Abbiamo capito che le scorciatoie non pagano e che il prodotto finito non è finito quando esce dalla linea di produzione, ma va cresciuto come un bambino, e ci è stato chiaro che il lavoro di progettista non è un valore assoluto ma un tassello – importantissimo – ma sempre un tassello di una maglia complessa.

Stampa 3D, FabLab, collettivi riuniti sotto la stella della progettazione. Autoprodursi oggi è una scelta meditata o lo specchio di una società non al passo con le esigenze lavorative?
La strada dell’autoproduzione apre un capitolo spinoso. L’autoproduzione, a nostro avviso, è un mondo border-line, interessante per quanto difficile e a volte anche pericoloso. Chi si autoproduce arriva al momento di dover fare una scelta di campo. Diventare imprenditore di se stesso e quindi di fatto smettere di fare il creativo, oppure tornare al mondo di fine ‘800 delle Arts&Crafts. In sostanza ogni creativo è un autoproduttore di sé stesso. A nostro avviso tutto sta nel definire la propria volontà di posizionamento. Abbiamo sperimentato l’autoproduzione ed è stato un momento divertente, altamente formativo, utilissimo al chiarirci certi approcci, altrettanto utile a migliorare la nostra conoscenza dei materiali e delle possibilità in termini di creatività di cui sono portatori.  Abbiamo anche sperimentato la difficoltà sostanziale di vivere di autoproduzione, se non la trasformi in un’attività a pieno ritmo con tutto quello che ne consegue a livello imprenditoriale perdendo di vista il tuo ruolo di creativo. Nella sostanza auto-produzione va di pari passo con auto-promozione. Ergo pensi, produci e ti promuovi. Quindi o diventi un artigiano/artista da pezzo unico con la sua bottega o, se pensi in grande – in termini di numeri di pezzi – , diventi un imprenditore ma a quel punto sei costretto a delegare produzione e progettazione. Il design industriale o di prodotto è produzione in serie – piccola o grande che sia, ma in serie. Ecco perché riteniamo che l’autoproduzione sia un mondo border-line. Alla fine si potrebbe ridurre tutto a definire cosa è un artista e cosa un artigiano e cosa un designer. Forse sono la stessa cosa in tempi e modi  e quantità differenti.

Concludendo, oggi il ruolo del designer si sta sviluppando in molte e diverse direzioni. Quali ritieni siano le più interessanti?
Il ruolo del designer, è vero, si sta sviluppando in molteplici direzioni, ma crediamo che sia il risultato di un malanno contemporaneo. Un tempo i creativi erano pochi, le aziende tante e sopratutto molta la voglia e la possibilità di fare. Oggi i creativi sono molti, le aziende poche e ancor meno la voglia di fare. Il risultato è che il progettista o è scavalcato o è iper-impiegato. Nessuna delle due riteniamo sia una buona cosa. E l’esperienza professionale ce lo dimostra quotidianamente. Ad ogni modo il creativo ha, di fatto, una spinta ad esplicitarsi e ad esplicitare le proprie idee che gli permette – se con coerenza e rigore – di accostarsi a molteplici attività e di poterlo fare nel migliore dei modi. Il processo creativo è sempre lo stesso: osservazione, analisi, critica, ideazione, verifica, realizzazione. Le direzioni su cui lo applichi probabilmente sono irrilevanti. Quello che è interessante è il risultato raggiunto, o quanto meno ipotizzato, e la possibilità che questo processo sia consentito.
In aggiunta riteniamo che il lavoro cooperativo, lo scambio di idee sia una condizione positiva del processo, come anche le ibridazioni di competenze e conoscenze. Quindi le intersezioni/collaborazioni fra design e scienza, fra design e arte, e non da ultimo fra design e artigianato.