Patrick Bailly-Maître-Grand – Approccio scientifico e distorsione della realtà

Probabilmente il modo più efficace per descrivere la poetica di Patrick Bailly-Maître-Grand va ricercato nelle radici stesse dello strumento di cui si serve, la fotografia, dal greco φῶς (phôs), “luce”, e γραφή (graphè), “scrittura”: scrivere con la luce. Nulla a che vedere con la “cattura di un istante della realtà”, come la si è soliti intendere: “la fotografia si comporta come la mia bacchetta magica. È l’assistente ideale per i miei giochi di prestigio perché lontana dall’essere una macchina oggettiva, non è nient’altro che una totale bugiarda“, afferma lo stesso Bailly-Maître-Grand parlando a proposito del proprio lavoro nella monografia Bailly-Maître-Grand, little cosmogonies.

Fisico, chimico, fotografo e artista plastico, Patrick Bailly-Maître-Grand nasce nel 1945 a Parigi. In seguito a gravi problemi di salute abbandona la carriera scientifica e inizia a dedicarsi a tempo pieno alla sua seconda passione, l’arte, in un primo momento tramite il disegno e la pittura, poi con la fotografia, con la quale ha i suoi primi approcci all’inizio degli anni ’80. Da quest’ultima, tuttavia, non prescinderà mai la capacità di rappresentazione di mondi immaginari tipica del disegno, né la matericità caratteristica delle sostanze chimiche con le quali si ha a che fare in fase di sviluppo e stampa del negativo o del dagerrotipo, tecnica antica da lui pioneristicamente recuperata.

Come un fisico, nelle immagini dell’artista gli oggetti sembrano come scandagliati, analizzati attraverso la lente minuziosa di un microscopio  ̶  come in Mouches Millimetrées o nelle altre serie dedicate agli insetti  ̶  oppure attraverso una goccia d’acqua che di volta in volta distorce il riflesso del mondo reale o apre lo sguardo a prospettive ignote all’occhio umano, come nelle serie Goutte de Niépce del 2006 o nelle prime sperimentazioni con l’acqua, Bonbonne’s Band (1994) e Cyclopes (2000), quest’ultima commissionata dalla città di Colmar, per la quale l’artista affina la tecnica della sfera riempita d’acqua grazie ad una lente speciale che gli permette di dare l’illusione della bolla galleggiante a mezz’aria.

Allo stesso tempo, nonostante l’approccio scientifico, l’ossessione per l’impressione su grandi formati e per la ripresa degli oggetti quasi a dimensione reale, della realtà, nelle immagini proposte dal fotografo, rimane poco o nulla: i soggetti si smaterializzano come nelle silhouette delle antiche stampe giapponesi, l’atmosfera è la stessa che si percepisce nei film di George Méliès, inventore degli effetti speciali, il primo ad intuire che spegnendo e riaccendendo la macchina da presa poteva far magicamente apparire personaggi, o farli misteriosamente scomparire nei miasmi nebbiosi dell’inferno. In Scènes de ménage, ad esempio, dei semplici oggetti da cucina su sono sovraimpressi più volte su uno sfondo nero, che mette in risalto la luce riflessa dal metallo, quasi che pentole e scolapasta fossero animati di vita propria, dei pianeti galleggianti in un fantastico universo parallelo. Diversamente, in Formol’s Band animali sotto formaldeide sono ripresi ruotando di 360 gradi tutto attorno ai barattoli che li contengono: una condensazione dello spazio e del tempo che offre una visione distorta e astratta della vita, ma anche uno scorcio sulle vanità moderne, tema carico di simbologie e di esempi nella storia dell’arte e che non manca di affascinare anche la poetica sognante di Bailly-Maître-Grand.

Per quanto l’estetica del fotografo sia piuttosto conforme a certe tendenze contemporanee che adoperano il supporto digitale per sovrapporre assieme figure diverse, richiamando fintamente l’aspetto delle antiche foto a banco ottico, per Patrick Bailly-Maître-Grand la fotografia rimane uno strumento essenzialmente analogico: la tecnologia a pixel è da lui definita come “un narcotico, un dolcificante che copre l’amarezza della realtà, nascondendo le lezioni che vanno imparate“, laddove il suo interesse è invece quello di “trovare una via di fuga dalla noia caricata del peso del teatro della realtà“.