Sperimentazione, termine controverso quanto usuale, utilizzato per esprimere una tendenza, una spinta oltre i confini, un rifiuto delle convenzioni, oppure un ampliamento della concezione.

Esperimento è sinonimo di progettazione, sottintende uno studio, un’analisi e conseguentemente un’azione; a volte è una giustificazione del prodotto finito, oppure noncuranza del risultato ottenuto.

Scientificamente l’esperimento è un test, è un modo per esprimere un’idea, metterla in pratica, ed empiricamente approcciare alla conoscenza, ponendo poi delle fondamenta sulle quali costruire un altro progetto. La sperimentazione è un flusso continuo, e va di pari passo con le innovazioni tecnologiche, ciò può però sottintendere che la reale innovazione, la novità, non esista più, che ogni progettista sia ormai consapevole di tutto un bagaglio culturale che porta con sé e dal quale attinge, anche se discostandosi da esso. L’innovazione è un rapporto tra gli opposti, tra quello che esiste e quello che dovrebbe esistere, è l’evoluzione dell’approccio, del pensiero, del gusto, dell’oggettività.

Abbiamo già parlato di tipografia e di un diverso modo di intendere i caratteri, mostrando approcci molto diversi tra loro: da un lato il progettista Adreas Sheiger, con i suoi caratteri serif antropomorfizzati, costruiti con grande perizia artigianale, dall’altro con l’alfabeto dello studio Foreal, ottenuto con complessi tool di modellazione 3d, o ancora con BIC ed il suo intento provocatorio di riunire diverse “mani”, cioè diversi approcci alla scrittura, alla ricerca di un carattere umano e tangibile.

L’alfabeto è, per sua natura, dipendente e definito da convenzioni, è universalizzato, è inevitabile, è finito, ed è per questo motivo una continua fonte di ispirazione. La ricerca di un font universale è già avviata da tempo, ed ovviamente è conseguenza dell’evoluzione della società, dei suoi nuovi strumenti e bisogni. Il requisito universale è la leggibilità, così insegna lo Swiss Design, assieme alla proporzione, come diceva il maestro Massimo Vignelli:

“Typography is white”

Il carattere deve risultare impersonale, e su questo vi sono opinioni discordanti: è forse la frase, il messaggio ciò che conta? Oppure il contenuto stesso deve trasparire, ed il carattere supportarlo? Basti pensare ai marchi che utilizzano font grunge per attrarre un tipo di clientela, oppure ad una locandina di uno splatter e non importa quale sia il titolo del film.

Da qui si potrebbe fare un discorso sull’importanza delle parole, in contrasto con la rappresentazione stessa, è più importante l’immagine o il titolo? O il titolo e l’immagine possono coesistere, come insegnano i post modernisti?

Come compito del progettista vi è anche la divulgazione, l’immissione di informazioni in un continuo flusso sperimentativo, un rapporto consequenziale tra gli opposti, una rivalità che porta, quindi, all’innovazione.

Di seguito sono presentati i lavori di tre designer olandesi, confrontando i loro risultati è possibile estrapolarne il processo creativo.

Merijn Hos è un illustratore e designer di Utrecht. In queste cover per il Dutch Financial Times magazine utilizza come base un roman panciuto e con una grande goccia (tipo Pistilli), nel quale inserisce un’illustrazione a china o semplicemente ne decora il corpo.

Hansje van Halem ha studiato alla Gerrit Rietveld Academie e ha approccio è controllato ma molto più libero rispetto a quello di Merijn: il carattere è un suo totale prodotto, che sia di ispirazione organica come per il Doily Type, frutto di una ripetizione, o solo una sperimentazione ottica, il suo alfabeto stupisce.

Dal 2010 Hansje organizza una piccola mostra, ogni due mesi, andando a riempire un’antica vetrina che tiene in salotto, ed ospitando di volta in volta un artista diverso. Questo progetto si chiama Schrank8 (è il nome della vetrinetta), ed in occasione di ogni mostra realizza diversi poster.

Monique Goosens ha studiato all’Academie Artemis di Amsterdam; punta direttamente alla composizione, utilizzando strumenti inusuali come reti da pesca, capelli, buste di plastica, o uova di rana.

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