Jeux è la prima opera video di Savio Debernardis, quindi a buon diritto la si può definire “sperimentale”.

Con una passata attività di artista performativo Debernardis si avvicina al video con spregiudicata curiosità e con l’intento di indagarne le possibilità estetiche ed espressive.

Dopo aver reclutato  sette attori con un annuncio su internet, questi vengono convocati nel castello La Roche Gûyon per la realizzazione di un cortometraggio. Senza conoscere nulla del progetto, gli attori sono sottoposti a interviste e continui pressanti test fisici e motivazionali, sotto la guida e il diretto controllo del regista, che organizza le attività in forma di giochi infantili. Gli attori non sanno però che quelle stesse attività, che loro credono preparatorie, costituiscono il lavoro per cui sono stati convocati.

Mediante la creazione di cortocircuiti, portando alle estreme conseguenze le tensioni presenti all’interno del processo di creazione, Savio Debernardis indaga il mezzo visivo.

La prima di queste tensioni è quella tra artista creatore e il suo materiale. L’artista si impone come autorità sul materiale, utilizzato e sfruttato per dar forma all’opera. Il materiale tuttavia non è mai massa informe, possiede determinate peculiarità e strutture interne che rendono l’atto creativo una azione drammatica. Azione che diviene ancora più drammatica nel momento in cui il materiale a disposizione dell’artista sono individui, quindi coscienti e consapevoli.

Nella sua opera, mediante un inganno, utilizzando il jeux (jouer significa giocare, ma anche eseguire, recitare, suonare) il regista limita la consapevolezza dell’attore e ne riduce drasticamente l’autonomia, mostrando il carattere di violenza latente in ogni esecuzione artistica. La conoscenza, condizione necessaria per un agire libero, è negata all’attore. In questo modo è l’equilibrio dell’azione scenica ad essere sconvolto: l’attore, convinto di agire in maniera libera e spontanea, è in balia di regista e operatori di ripresa. Si crea così una finzione nella finzione. Il reale sfonda la prima barriera che divide l’opera dalla realtà e penetra all’interno della finzione, per attestarsi poi come finzione ancora più radicale.

Il regista e il tecnico, solitamente al di qua del confine dell’opera, irrompono nella scena e ne diventano i protagonisti. Gli attori, da protagonisti, vengono degradati a pretesto.

Il confine tra finzione e realtà è così saltato, diventato anch’esso una finzione estetica.

Il luogo in cui si svolge l’azione, il castello, esaspera questo sfasamento. Il castello è di per sé un non-luogo, un luogo non più abitabile, non più fruibile nelle sue funzioni. Al suo interno ci si deve muovere limitando le interazioni con gli oggetti, seguendo un percorso delimitato, facendo attenzione a non superare il cordone rosso.

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