LOVE HOUSE di Takeshi Hosaka – Un nido d’amore primordiale

“In principio Dio creò il cielo e la terra”.

Per spiegare il progetto della LOVE HOUSE, Takeshi Hosaka, giovane architetto nato nel ’75 a Yamanashi, in Giappone, cita i sette giorni della Creazione secondo la Genesi del Vecchio Testamento:

“Il primo giorno Dio creò la luce e l’oscurità e chiamò la luce Giorno e l’oscurità Notte.
Il secondo giorno fece il firmamento e poi la terra e le acque.
Il terzo giorno produsse una pianta, un albero da frutto e poi tutte le piante e tutti gli alberi.
Il quarto giorno creò il sole, la luna e le stelle.
Il quinto giorno fece tutte le creature che abitavano le acque e diede a tutti gli uccelli le ali.
Il sesto giorno Dio creò tutte le bestie che abitavano la terra. Poi creò l’uomo a sua immagine e somiglianza e con esso, infine, la donna”.

Il lavoro di Hosaka è permeato dalla compresenza di tutti gli Elementi che abitano e generano la Terra:

“Gli Elementi della vita naturale hanno tutti molta importanza per me. La Terra consiste di quegli Elementi di base. In tutti i miei progetti, cerco di far coesistere questi Elementi. Questa è la mia filosofia”.

LOVE HOUSE è un piccolo nido d’amore di 38 metri quadrati, realizzato per una coppia a Yokohama, capoluogo della prefettura di Kanagawa e città più popolata del Giappone.

L’edificio a due piani, adagiato su un lotto stretto e lungo, misura 270 centimetri sul fronte per 9 metri di profondità, misure che diventano generatrici della curva che buca una porzione del tetto piano, altrimenti rettangolare. La stessa curva viene ricalcata dalla scala che dà accesso alla cucina-sala da pranzo del piano superiore e che al piano terra crea un piccolo vuoto adibito a cortile.

L’ introversione del fronte su strada cieco, aperto soltanto dalla porta d’ingresso, sottolinea il distacco dal mondo esterno e il ritiro in un universo intimo, arricchito da quella compresenza di elementi naturali tanto cari al progettista: attraverso il taglio in copertura, la luce del sole e quella della luna penetrano all’interno dell’appartamento, manifestando l’alternarsi del giorno e della notte, così attentamente scanditi dalla mano divina nel racconto della Genesi. Allo stesso tempo, nei giorni piovosi, l’acqua partecipa al medesimo dialogo naturale, palesandosi come una tenda di pioggia che genera suoni diversi a seconda della propria intensità.

In questo rifugio d’amore ogni cosa è pensata, persino la nicchia nel cortile e lo stretto corridoio tra scala e muro perimetrale atti ad  ospitare e a far deambulare per la casa il coniglio di famiglia.

Il bianco spiazzante e la minutezza degli spazi si inscrivono in quella stessa sperimentazione caratteristica della nuova generazione di architetti giapponesi contemporanei   ̶  innescata dal successo di studi come SANAA, fondato nel ’95 da Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa  ̶  lontana ma, allo stesso tempo, posta in coerente continuità rispetto a movimenti sperimentali cardine dell’architettura giapponese del XX secolo, come il Metabolismo.

Se le cellule da 9 metri quadri della Nagakin Capsule Tower di Kurokawa del ’72 parlano di una società dinamica e in continua trasformazione, in cui l’appartamento diventa una cella ridotta al minimo, dal momento che la vita si svolge nella città e a casa non si ritorna che per dormire, la dimensione esigua degli ambienti, in progetti come la LOVE HOUSE, racconta invece la storia di una città in cui di spazio per costruire ne è rimasto poco, allora nel poco che c’è si ricerca quella sicurezza estiana e quella tranquillità casalinga che la città frenetica soffoca. Sono spazi che vanno oltre la ricerca dell’ existenzminimum per affermare non tanto una volontà di funzionalità dell’ambiente quanto una sorta di intenzione di “gioco” all’interno del quale il vuoto ha uguale dignità del pieno, conformemente a quella sensibilità al “vuoto tra le cose” che la tradizione dell’arredamento giapponese chiama con un termine specifico, “Ma“.

Il settimo giorno è quello del riposo, a casa.