Valerio Eliogabalo Torrisi è giovanissimo, classe 1993, e si è sempre interessato d’arte nelle sue varie sfumature. A 16 anni, inaspettatamente, inizia ad appassionarsi alla fotografia e, lo stesso anno, parte per 11 mesi per l’America Latina dove decide di unire il suo interesse ad una necessità comprando la sua prima (ed attuale) reflex, una Nikon D3000.

Lo abbiamo intervistato per farci raccontare qualcosa di sé e del progetto “Something about…” che nasce sotto forma di vero e proprio diario (il suo nome era infatti “Something about today”) , per poi diventare altro.

Partiamo dalle presentazioni, chi è Valerio Torrisi?
Temo di non essere più in grado di poter presentare Valerio Torrisi, di presentarlo in maniera dettagliata. È ormai un agglomerato di ricordi, una foto sbiadita.
Di Valerio Eliogabalo Torrisi, invece, posso dire con quasi assoluta certezza che soffra di una sospetta forma di schizofrenia: una quasi ossessione legata alla vista e alla vita. Vede storie ovunque e su questo si basano i suoi scatti: su delle storie, immaginate, ricordate, intuite, approssimate, approfondite, verosimili e realistiche.

Parliamo della tua serie Something about… Come nasce?
Frequentemente una serie, un’immagine, un progetto, nasce da un’elaborata ricerca, ma molto più spesso nasce da un’intuizione, una visione.
 Un lunedì qualunque, in un momento e un luogo qualunque, ma l’intuizione e la luce di un attimo: un cerotto, appena strappato e sporco, su un panno bianco.
Spesso si sente la necessità di raccontarsi, raccontare la propria giornata, ed io ho sentitoi il bisogno di raccontarmi.
“Something about…” nasce come un racconto, un diario di sette pagine per sette giorni. Un foglio bianco e qualcosa che romanzasse la mia giornata, non che mirasse a realizzarne una cronaca, ma che la esprimesse attraverso un pensiero, un ricordo, un’esperienza.

Da dove parte la scelta dei soggetti delle singole nature morte e il loro accostamento?
Come già accennato, il mio lavoro si basa più su delle intuizioni che su una ricerca mirata. Tendo molto a basarmi sui miei ricordi e sui collegamenti spontanei del cervello: ho fondamentalmente unito un elemento naturale, che cerco di inserire in ogni lavoro dove attinente, e un altro elemento. Il secondo in analisi, quello di destra per intenderci, è stato perlopiù frutto di un “brainstorming” personale. 
La decisione, però, non è stata mai casuale: ogni singolo elemento è stato pensato a fondo, e sono carichi di una forza concettuale.

La tua settimana comprende Today e Past. Come mai non contiene il futuro?
“Today” lo si sta vivendo, è contemporaneo, “Past” è passato. 
Un diario racconta storie e si può raccontare solo ciò che è già accaduto.

Il bianco è preponderante in questa serie, ma anziché rendere le foto in qualche modo asettiche e dare risalto ai soggetti, sembra mescolarsi a questi ultimi alimentando una sorta di poesia. È stata una scelta simbolica o puramente estetica?
Oltre che richiamare immediatamente il bianco delle pagine di un diario, essendo frutto di un ingarbugliato insieme di pensieri, “Something about…” voleva essere il più simile possibile al mondo dell’immaginazione. Il modo più efficace di rispondere a questa domanda è controbattere con un altro quesito: com’è un sogno, un ricordo, un pensiero? Che colore ha? Io immagino una grande nebbia bianca e paradossalmente luminosa.

Questa serie la definiresti una metafora, un racconto, o…?
Credo che il modo più giusto per definire questa serie, sia “metafora che racconta”.

Cosa auguri a te stesso per il tuo imminente futuro?
Mi auguro, prima di tutto, di averne uno. Riconosco, incorrendo in un egocentrismo intrinseco di  probabile sopravvalutazione, di avere del potenziale, e di certo, di avere tante cose da dire: un mondo dentro, da portare fuori.
 Mi ripropongo, più che auguro, di affinare la mia tecnica e di possedere strumenti che mi permettano di esprimermi appieno. Mi auguro di non smettere di credere, di arrivare a chi guarda i miei elaborati e mi auguro, più di ogni altra cosa, di emozionare, con i miei lavori; di oltrepassare la barriera retinica e di arrivare al cuore.

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