Ernest Hemingway canticchiava serenamente una canzone italiana che aveva imparato a Cortina. Era luglio. Nella sua vita era stato anche decorato al valor militare. Poi prese un fucile e si sparò: da tempo soffriva di manie di persecuzione. Era convinto di essere sorvegliato dall’ FBI. Si scoprì che da anni era vero. In passato aveva detto: “Il fascismo è una menzogna detta da prepotenti”

Van Gogh, suicida scrive: “Per il mio lavoro io rischio la vita, ed ho compromesso a metà la mia ragione”.
Vincent da giovane si prendeva cura dei malati e predicava la bibbia ai minatori, dividendo con loro stenti e povertà. Le ingiustizie e le mediocrità della vita ferivano i suoi entusiasmi: “Sono fermamente convinto di essere sulla buona strada quando voglio dipingere ciò che sento e sento ciò che dipingo per preoccuparmi di quello che gli altri dicono di me. Tuttavia a volte questo mi avvelena la vita”. Negli ultimi anni a volte tentava di ingerire i suoi colori. Guardiamo i girasoli, poi il campo di grano con corvi, per capire quanto il suo amore per la vita e gli uomini fosse stato tradito.

Caravaggio aveva un carattere fiero. Detestava i nobili, ma litigava anche con un oste per un piatto cucinato male. Amava il popolo e la sua immediatezza e non si sommetteva ad edulcorare i volti dei suoi quadri di ispirazione religiosa. Gli piaceva mettere in riga un nobile, magari soffiandogli una donna, quando si sentiva vittima di un sopruso perdeva il lume della ragione e fu così che uccise per un torto di gioco subito durante una partita.

I quadri di Edward Munch sono il diario di bordo di un’anima che non si riprenderà mai dalla morte prematura della madre, seguita da quella della sorellina, a causa della tubercolosi. Da allora le atmosfere livide dei suoi colori cercano di raccontare un dolore non sostenibile, come se esprimersi attraverso le sue tele potesse essere l’unico strumento di sollievo.

“A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi miseria o anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati, pensati ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.” Firmato Emilio Salgari, suicida vessato dai suoi editori. Fu trovato con un rasoio in mano: aveva fatto harakiri sul proprio ventre. Una morte esotica, come i suoi racconti.

L’artista è colui capace di entrare nell’indifferenziato, la follia.

Una follia di primo grado, dove si perde il principio di contraddizione, dove tutto si mescola e si entra nella condizione di creare opere d’arte.

L’artista è il coraggioso che entra (e talvolta non esce) da questa condizione, abbandonando la sua identità per mischiarsi nel luogo dove la ragione non sussiste, dove il buonsenso non ha posto.

In questa accezione il suicidio è naturale conseguenza dei fatti: se tutto ciò arriva prima del sé, prima del principio di realtà, e l’individuo si mischia alle cose per produrre nuove cose, egli tratta sé stesso come tali, rendendosi finito e quindi, finendosi.

In questa accezione la violenza ha pieno motivo di esistere: la consistenza con cui gli oggetti rispondono agli urti, le offese fisiche del reale, parimenti è riportata nei torti delle emozioni, che con pari, o aumentata potenza, rispondono a quanto ricevuto.

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