Intervista a Mustafa Sabbagh – Il lato oscuro della bellezza

Ha inaugurato la scorsa settimana Identità migrante, la personale di Mustafa Sabbagh presso il Museo Civico di Palazzo Elti di Gemona (Ud).

Materia, perversione, pensiero “autistico”: abbiamo parlato con Mustafa Sabbagh della sua particolare visione estetica e dell’intrigante poetica che pervade i suoi lavori.

La bellezza fa male, non è rassicurante, ferisce. La banalità rassicura”. È una delle sue affermazioni più note, che racchiude tutto il senso della sua poetica. Mi verrebbe da dire che la sua idea di bellezza è quella di una bellezza “militante” e contestatrice.
“Militanza” e “contestazione” presuppongono un’idea da difendere; il prezzo è un’azione di sfondamento, il corpo per la mente. Una bellezza cristallizzata nello stereotipo dello Zeitgeist è immobile nell’omologazione; la bellezza mi ferisce, mi colpisce, mi lacera e mi lascia il segno quando è potente nel suo dinamismo.

Con le sue fotografie ha stravolto l’idea tradizionale di bellezza: capovolta, tirata in basso e immersa nella materia. La bellezza, quindi, è tale solo quando è strettamente legata al vitalismo, quando include l’osceno, quando comprende ogni aspetto della carnalità?
Esattamente, se non per un piccolo particolare che ti correggo: non al ‘vitalismo’ – non sopporto gli -ismi – ma alla ‘vita’. La X dei tempi e della generazione che ci connota rende tutto un’equazione, un 2.0, e a me interessa la carne, odori colori e perversioni…

Anche per il sacro sembra manifestarsi con la stessa dinamica. Dal trascendente all’immanente, dall’etereo all’infimo.
Dinamico, certo, e la dinamica è una spirale dialettica. Il sacro è profano, la morale è immorale.
La tesi, l’antitesi e la sintesi; tutto, e il suo contrario.

La maschera, dai greci alle società sciamaniche, è sempre stata utilizzata come strumento di negazione della individualità, che impone la netta separazione tra il Sé e l’Altro. La maschera permette così di entrare in comunicazione e rendersi penetrabili dalla divinità, dal mana, dallo spirito. Nella sua visione atea del mondo, da cosa dovrebbero essere penetrati i suoi soggetti mascherati?
Dal proprio io, come D-io. Parola di ateo (forse).
La maschera diventa il controllo massivo alla dogana aeroportuale e simultaneamente l’ambizione parallela per fare presa nella chatroom; quanto maggiore è il controllo, tanto più alto è il bisogno di fuga. La maschera in sé non maschera; è la percezione delle sagome sulle pareti della caverna a farlo, quando guardi solo con gli occhi e senza il 3D. La terza dimensione è la profondità, e nella mia visione la maschera è l’uniforme rivoluzionaria e necessaria per riconoscere una comunanza di intenti, quella lettera scarlatta nell’incolore massificante del global.

I corpi ritratti nella propria nudità o completamente coperti, “oscurati”, hanno lo stesso effetto destabilizzante. Stressando, sovraccaricando i soggetti fotografati sembra che lei voglia provocare una rottura. A cosa tende la tensione presente nelle sue fotografie?
Il nudo è lo stato naturale delle cose e nella mia fotografia spoglio i corpi per vestire la mente con l’abito Sublime – nero tanto quanto attrattivo: la libertà…
E il nudo è lo spazio lasciato volutamente vuoto per le idee che verranno; e il sovraccarico è lo stato dell’arte, in ogni senso.

La sua ricerca estetica sembra ad un certo punto sfociare in ricerca antropologica. È l’uomo “autentico”, archetipico, quello che vuole far emergere nelle sue opere?
L’autentico assolutamente sì, ma non l’archetipico. L’archetipo è un dogma, ed io faccio zapping – nella ricerca del programma, dell’immagine e dell’autenticità, perché “Una è più autentica, quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa” (antropologia nel kitsch).

Il titolo della sua mostra appena inaugurata, “Identità migrante”, è un ossimoro. L’identità, ciò che dovrebbe essere identico, uguale a se stesso, quindi stabile, immobile, viene messo in movimento, viene fatto “migrare”. Anche questa, è una scelta “militante”, negare la stasi dell’identità, che nella storia è spesso stata origine di catastrofi, o è una presa d’atto che l’identità non può che costituirsi nel movimento?
Entrambe, e l’identità è nel Fluxus come totalità di compenetrazioni multitasking, non di totalitarismi statici. Nella fase progettuale di Identità Migrante ho pensato a Schelling: “L’arte deve iniziare con consapevolezza e terminare nell’inconscio, cioè oggettivamente; l’Io è consapevole rispetto alla produzione, inconscio rispetto al prodotto […] Ogni splendido quadro nasce quasi per il fatto che si toglie quella muraglia invisibile che divide il mondo reale dall’ideale, e non è se non l’apertura attraverso la quale appaiono nel loro pieno rilievo le forme e le regioni di quel mondo inconscio, il quale traluce solo imperfettamente attraverso quello reale. La Natura per l’artista è non più di quello che è per il filosofo, cioè solo il mondo ideale che appare tra continue limitazioni, o solo il riflesso imperfetto di un mondo che esiste non fuori di lui, ma in lui. L’arte, come l’identità, è necessariamente dinamica, e il XIX° secolo è stato decisamente un periodo pop.
Un pensiero autistico, come autistico sono io.