Architettura made in China – Giulio La Notte racconta…

Artwort intervista Giulio La Notte, un giovane architetto italiano che lavora in Cina e racconta la sua esperienza nella terra di Mao.

La Cina detiene tassi reali di incremento del Pil superiori al 6% l’anno da circa 25 anni, inflazione contenuta, espansione del ceto medio, consumi e mercato immobiliare costantemente al rialzo (qui trovate qualche dato). Allo stesso tempo si attua un rigoroso controllo dell’informazione e dei mezzi di comunicazione (ad es. la censura di Twitter, Gmail e Facebook o l’impossibilità di conoscere le cifre sulle esecuzioni e sulle persone condannate a morte).

Nelle città cinesi sembra avverarsi la necessità di una progettazione urbana basata sul km3, esposta nel libro di MVRDV del 2005 KM3: excursion on capacities. L’unità di misura del “m2” è sostituita dal “km2” e si somma alla necessità del “progetto verticale” per una città nelle tre dimensioni in cui la stratificazione diventa parametro decisivo.

Per prima cosa parliamo di come sei entrato in contatto con questo Paese. Come funziona l’ingresso nel mondo dell’architettura e che tipo di posizione sei riuscito ad ottenere?
Non ho preso questa decisione direttamente. Dopo la laurea ho preparato il curriculum, ho impiegato un mese nel quale raccoglievo mail e contatti degli studi al mattino e li contattavo nel pomeriggio. In tutto il mondo. Le offerte più interessanti e meglio retribuite che ho ricevuto sono venute dalla Cina. Mi sono ritrovato a comunicare a distanza con questo studio di Canton, con base australiana. Ho fatto il consueto colloquio su Skype, hanno accettato la candidatura e abbiamo attivato le procedure per ottenere il visto. L’ingresso per via legale nel Paese non è facile: lo studio aveva promesso un visto di residenza, la più importante tipologia di visto che si possa ottenere, che prevede un lungo iter burocratico.
Riguardo la mia posizione, sono partito da ruoli molto semplici per raggiungere un buon livello di gestione del personale in occasione dell’ultimo concorso. La comunicazione con i progettisti locali è stata difficoltosa perché mancava un buon livello di comunicatività e flessibilità nell’ambiente lavorativo.

Parliamo della fase progettuale dello studio. Su cosa hai lavorato durante la tua permanenza?
Appena arrivato ero eccitato, hanno testato le mie competenze su un progetto in esecuzione, poi mi hanno spostato sul lavoro di un enorme concept project, infine su un concorso internazionale.
Il primo non è andato a buon fine perché hanno avuto problemi con i contratti, come in molti progetti ai quali ho partecipato. Il secondo era un culture and sport park di 15kmq nei pressi di alcune cascate del Fiume Giallo nel centro della Cina, con cifre di contratto incredibili. Poi il concorso internazionale per un central business district a sud di Guangzhou, nell’area più recente. Ho disegnato gli edifici principali del progetto in un masterplan di 9kmq. È stato avvincente perché abbiamo vinto il primo step e per un neolaureato è una grande soddisfazione. Abbiamo partecipato ad un grande concorso per una città da 600000 abitanti su un’area di 30kmq, io mi occupavo della parte che riguardava i beni culturali.
Infine un altro progetto per un centro commerciale, un hotel, un golf club di 23kmq con ville, alberghi e i campi sportivi che non è andato in porto.
Parte del mio lavoro era quello di rappresentanza: partecipavo a meeting nei quali non capivo quello che si diceva, né potevo intervenire. A loro interessava mostrare lo straniero che lavorava in studio per “internazionalizzare” la propria identità. Usavano la mia immagine per girare pubblicità e mi facevano fare interventi in inglese davanti ad un pubblico che non poteva capirmi.
Confrontandomi con altri stranieri che lavorano in Cina ho potuto constatare che è una situazione diffusa che prescinde dalla professione. Questa è una delle ragioni per cui ho cambiato studio successivamente.

In Cina, come in tutta la cultura orientale, la comunicazione visiva si basa prevalentemente sui segni (ideogrammi) che si pongono in contatto diretto con il concetto del significato senza passare per il valore fonologico. Pensi che esista un rapporto similare, in architettura, che attribuisca un ruolo decisivo ai simboli?
L’architettura mi sembra un campo vergine oggi. Il denaro svolge un ruolo decisivo nella fase progettuale e diventa parametro primario assoluto nella valutazione di un progetto. Il rapporto di cui parli, per quello che ho visto, si cerca di perseguirlo in una prima fase. Si cercano delle radici culturali da rileggere in senso contemporaneo.
Nella fase di discussione con la committenza ci è stato richiesto molto spesso di rendere esplicito l’elemento della tradizione e giustapporlo all’interno del progetto. Il risultato è un forte compromesso.
Insieme al progetto mettono su enormi studi di marketing che cercano di conquistare la clientela cinese e contemporaneamente il mercato internazionale. Nei vari viaggi ho visitato moltissimi centri commerciali costruiti in forma di villaggi tradizionali, come copie conformi. Una moda che si è diffusa a macchia d’olio negli ultimi anni.

Esiste ancora una relazione tra la tradizione cinese e i nuovi meccanismi della produzione edilizia? Ti sembra che l’ambiente urbano sia diventato completamente alienante oppure esistono ancora delle sacche di resistenza a queste trasformazioni?
Mi sembra che la Cina sia una terra piena di contrasti: profondissima e antichissima tradizione che si scontra con i meccanismi di produzione edilizia all’avanguardia. Si vedono edifici contemporanei costruiti su impalcature di canne di bambù, quartieri storici da 150000 persone interamente demoliti per fare spazio alle nuove edificazioni. Mi sembra che la relazione con la storia stia scomparendo molto velocemente.
Nei villaggi, invece, gli elementi della tradizione prevalgono nettamente su quelli della speculazione laddove non ci sono interessi economici in ballo. Le resistenze vengono superate facilmente e i proprietari terrieri si arricchiscono. Il posto in cui sono adesso è in una torre costruita tre anni fa, prima di questa c’era terreno brullo. Agricoltori e imprenditori agricoli ottengono appartamenti da affittare e diventano repentinamente locatori.

Michael Wolf ha documentato l’incredibile spinta alla standardizzazione e alla densificazione degli edifici di Hong Kong, tanto anonimi da sembrare pattern tessili. Credi che gli abitanti delle megalopoli cinesi soffrano questa condizione?
L’idea che mi sono costruito nelle varie città in cui sono stato è che la gran arte delle megalopoli sono identiche le une alle altre. Città distanti come Roma e Berlino, qui mi sembrano completamente uguali. Per questo credo che gli abitanti non soffrano la standardizzazione dei loro luoghi di vita. Forse lo reputano un effetto connaturato al progresso. A me questa omologazione ha colpito molto è l’ho riscontrata nei rapporti lavorativi e sociali. Chi resta in Cina probabilmente non si accorge mai di questa condizione.

La tua situazione, dopo aver abbandonato lo studio, potrebbe essere sintomatica del lato oscuro degli studi cinesi. Cosa è successo?
Se dovessi sconsigliare l’esperienza in uno studio Cinese sarebbe legato allo sfruttamento dell’immagine degli stranieri, che mette da parte la fase operativa del lavoro. In un periodo di scarsità di lavoro mi hanno sollevato da ogni incarico progettuale e sono stato mandato in giro a pubblicizzare vecchi e nuovi progetti. Questo è il motivo principale per il quale mi sono licenziato.

Raccontaci la tua nuova avventura.
Adesso sono project manager in un altro studio. Fino a poco tempo fa questa azienda si occupava di import-export di oggetti d’arredo. In seguito hanno deciso di cominciare a produrre nuovi prodotti di design e progetti di interior. Il salto di scala è stato molto importante ma questo mi permetterà di affrontare per un anno questa nuova sfida.

Cosa possiamo imparare dalla Cina?
Le possibilità che offre questo Paese sono infinite e annullando le mie convinzioni sono cresciuto molto. La cultura cinese è una delle più antiche del mondo ma quello che mi ha colpito in assoluto è la rapidità con la quale le persone cambiano la propria posizione sociale, il proprio lavoro. Una tensione inarrestabile verso il progresso. Mi sembra che il governo lavori molto per far arricchire la popolazione.
Infine, se si apprende il cinese, si comunica con due miliardi di persone, un terzo della popolazione del mondo.

Quale relazione, se c’è, hai riscontrato con l’Italia?
La superstizione: il quattro è un numero così sfortunato che nell’ascensore del mio ufficio è sostituito con un “3a”, così come il quattordici è scritto “13a”. Il numero otto è invece molto fortunato: i numeri telefonici con questo numero costano di più.
Direi che anche qui esistono problemi legati ai monopoli, la corruzione, l’evasione fiscale ma al contempo il proprio cibo è motivo di grande orgoglio.