Sono passati quasi vent’anni da quando la fondazione Solomon R. Guggenheim, su richiesta dell’amministrazione locale basca, ha promosso la realizzazione di un museo destinato a diventare un simbolo: il Guggenheim di Bilbao, di Frank Gehry.
Da allora l’effetto Bilbao è divenuto un fenomeno architettonico globalmente riconosciuto. La concezione del museo stesso come opera d’arte, il rinnovamento urbano attraverso un unico catalizzatore architettonico, l’autorialità del progettista, il fenomeno di gentrification: ogni città sogna di replicare una tale sinergia di fattori al fine di risollevarsi dal degrado e dall’abbandono, da un passato industriale ormai lontano, o dalla crisi economica.

Recentemente un dibattuto concorso di architettura, già entrato negli annali per l’incredibile numero di proposte presentate -1.715 da 77 paesi diversi, per una lunghezza complessiva degli elaborati, se disposti uno accanto all’altro, di 4.074,84 m-, ha invitato professionisti da tutto il mondo a dedicare tempo ed energie ad immaginare come sarebbe potuto essere un nuovo museo Guggenheim, questa volta a Helsinki, in Finlandia. La mobilitazione sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo che questo concorso ha indotto, ci suggerisce alcune riflessioni sullo stato attuale della disciplina e sulla complessa dialettica tra oggetto artistico e contenitore architettonico, spesso mediata da grandi corporazioni internazionali.

Competitions are the bane of a modern architect’s existence.
Rem Koolhaas

Innanzitutto, vi è la modalità stessa del concorso, che ancora una volta dimostra i suoi lati più oscuri. Se già nel ’95, come ha dichiarato in un’intervista al New York Times, persino Rem Koolhaas ha rischiato la bancarotta a causa di tutti i concorsi aperti a cui lo studio aveva partecipato, in quanto unica potenziale risorsa per il futuro lavorativo, la situazione attuale non si prospetta in maniera migliore. La proliferazione dei concorsi e la difficoltà per un professionista alle prime armi di accedere al mondo del lavoro, hanno portato sempre più giovani architetti, e anche meno giovani, a ricorrere a tale pratica, distorcendo in parte le dinamiche progettuali e logistiche. Si stima infatti che nella preparazione del concorso per il Guggenheim di Helsinki i partecipanti abbiano investito in totale una quantità di lavoro pari a 18.337.780 €, senza ovviamente garanzia alcuna di un qualsivoglia ritorno, consapevoli che i finalisti sarebbero stati 6 e il vincitore uno solo, e le probabilità di essere i prescelti e veder realizzato il proprio sudato progetto a dir poco esigue.

Inoltre, la stessa presentazione web dei progetti in gara ambisce chiaramente ad una auto-promozione in quanto concorso di risonanza internazionale, più che alla valorizzazione della singolarità delle proposte, riducendo l’architettura ad una sorta di memory fatto di tesserine intercambiabili.

Instead of being agents for new ways of looking at the world and the human condition, museums are increasingly turning into a worldwide cultural marketplace, reflecting consumerist ideals and encouraging a universal uniformity of artistic approaches, instead of strengthening cultural originality.
Juhani Pallasmaa

Nell’ambito dell’architettura contemporanea globale, l’effetto Bilbao ha sortito un ulteriore ‘effetto collaterale’, cioè quello di promuovere e giustificare l’oggettificazione dell’opera architettonica. La produzione architettonica recente lo testimonia e la modalità concorso lo invoca, gli edifici si fanno scultorei. La tridimensionalità spaziale diventa una preoccupazione secondaria, mentre l’iconicità e la ‘stranezza’ sono i valori da sfoggiare, gli unici in grado di assicurare l’agognato successo mediatico. Si originano così edifici alieni-alienati dal contesto, che potrebbero essere riprodotti in qualunque luogo, o in nessuno, sempre più desiderosi di diventare di per sé un’opera d’arte, piuttosto che che una parte integrante di un tessuto urbano esistente e consolidato. Nello specifico caso di un edificio museale, questa tendenza si traduce in una competizione tra architettura e arte, tra ‘contenitore’ e ‘contenuto’.

Tutto ciò ha probabilmente raggiunto un apice con quest’ultima chiamata al recupero di uno spazio portuale sottoutilizzato di Helsinki: le centinaia di proposte inviate, in molti casi discutibili, hanno in generale dimostrato come l’attuale generazione di architetti sia stata distortamente convinta che l’essenza della propria produzione debba necessariamente risiedere in immagini accattivanti e strutture surreali, piuttosto che nell’attenzione alla qualità spaziale di un edificio e alla sua effettiva vivibilità.

The formula of using a landmark building to brand a city is played out, and, in the case of a museum, always had more to do with merchandizing the place than with art itself.
Andrew Ross

In opposizione a questo tipo di approccio, si sono sollevati comitati cittadini ed esponenti autorevoli. Una tale comunione di intenti ha portato ad intraprendere un’effettiva contro-mossa, come dimostrazione di dissenso al miracolo mediatico Guggenheim. È stato così lanciato in concomitanza con la scadenza del primo, un concorso alternativo, o meglio, una raccolta di idee sul futuro della città nel suo complesso, denominato Next Helsinki. L’iniziativa vede il coinvolgimento di personalità del calibro di Juhani Pallasmaa, Michael Sorkin, Andrew Ross e Walter Hood, e concede a chiunque sia interessato l’opportunità di proporre la propria visione di ciò che la prossima Helsinki dovrebbe essere.

Art and creative expression are more than showy attractions for cruise ship visitors – they can and should be a vital part of urban planning.
Next Helsinki committee

Il distacco tra le intenzioni culturali della fondazione Solomon R. Guggenheim e la reale valorizzazione della produzione artistica autoctona, nonché i principi commerciali alla base di tali operazioni museali, si intravedono oltre la scenografia ben imbastita del fenomeno architettonico Guggenheim.
Altri tipi di problematiche, comunque legate a questioni economiche invece che culturali, erano già stati messi in luce per un altro emblematico caso: Guggenheim Abu Dhabi. La fondazione, infatti, era stata duramente colpita da accese polemiche, anche e soprattutto da parte degli stessi artisti mediorientali che avrebbero dovuto dar vita alla collezione in mostra, in merito a quest’altro nuovo museo in fase di realizzazione, progettato ancora una volta da Frank Gehry e fulcro della colossale operazione di Saadiyat Island – la quale prevede inoltre un’estensione del museo del Louvre di Jean Nouvel, un museo nazionale disegnato da Norman Foster, e ovviamente tutta una serie di servizi di accoglienza extra-lusso – per lo sfruttamento della manodopera locale.

In attesa di nuovi sviluppi, godetevi la selezione di Artwort delle proposte più ‘particolari’ per Guggenheim Helsinki (le sei finaliste le potete trovare qui), e fate tesoro delle parole del vaticinante Rem.

That’s our dirty secret. We architects are celebrated as heroes – but humiliation is part of our daily lives. The biggest part of our work for competitions and bid invitations disappears automatically. No other profession would accept such conditions. But you can’t look at these designs as waste. They’re ideas; they will survive in books.
Rem Koolhaas

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