Flesh Vanitas – Intervista a Olivier Valsecchi

Scultore di organiche statue che sembrano aleggiare in uno spazio atemporale, Olivier Valsecchi analizza la parte più nascosta dell’uomo facendola esplodere in una totale libertà di espressione.

Da compositore di musica da teenager, il parigino Valsecchi comincia a creare immagini per le proprie copertine di dischi, finendo poi per fare il giro del mondo con le esposizioni fotografiche. Il lavoro più recente si intitola Drifting, un vero e proprio viaggio attraverso la storia dell’arte che vede fondersi la tradizione del nudo con il genere della natura morta delle Fiandre.

Il colore bianco pallido dei corpi dovuto all’approccio chiaroscurale della luce, visi inespressivi su corpi paralizzati ed inseriti in una misteriosa atmosfera in cui sembra vigere il silenzio, riportano al concetto romano di Memento Mori, ciò che a modo suo Valsecchi definisce Flesh Vanitas. Ogni fotografia è intrisa di un sentimento di disorientamento: l’artista vuole provocare un dubbio inquietante allontanando il pubblico dalle proprie certezze.

Drifting investiga uno spazio debole e quasi meditativo situato tra l’inerzia e l’urgenza di andare da qualche parte. I corpi appaiono sottomessi all’esorcismo o a trance epilettiche invocando un’aurea surreale che pone l’osservatore in una confusa posizione intermedia tra le sue certezze e la caducità del tempo. Per questi motivi, la serie deve essere percepita come una conversazione tra “Lezione di anatomia del dottor Nicolaes Tulp” di Rembrandt e “La zattera della Medusa” di Gericault in cui, rispettivamente, una favolosa scoperta anatomica rivelata dal dottor Tulp agli astanti e una zattera alla deriva in mezzo al mare incarnano quell’inesprimibile sentimento di fugacità della vita.

Artwort ha incontrato Olivier Valsecchi per fargli qualche domanda sul suo ultimo lavoro.

Cosa intendi per Drifting, il titolo della tua nuova serie fotografica?
La parola Drifting, letteralmente “alla deriva” mi sembrava molto esplicita: non solo evoca “La zattera della Medusa” di Gericault finendo nell’ignoto, che nelle mie foto è rappresentato da un tavolo, ma indica anche l’abbandonarsi ad un movimento che non si riesce a controllare, una sorta di spasmo.

Chiariscici il significato di Flesh Vanitas.
Ho esitato nel chiamare la serie Body Vanitas, non so se significa qualcos’altro in inglese. L’intero concetto della serie è quello di sostituire i simboli comuni della Vanitas come fiori, orologi, frutti e teschi con il corpo. Una natura morta con corpi potremmo dire.

Come avviene la scelta dei modelli? Hai esigenze specifiche?
Ossessivamente specifiche. Per la foto intitolata Unravel ho cercato un modello che fosse alto esattamente 1,71 e che pesasse 54 kg. Le foto di questa serie già esistevano nella mia mente e sulla carta: prima di scattarle le ho dipinte per abbozzarle. Così per la composizione ho preteso rigore per far sì che i modelli fossero in perfetta armonia nella fotografia grazie ad una precisione millimetrica. Misure differenti del corpo avrebbero potuto significare una foto completamente diversa. Tutto ciò potrebbe sembrare strano ma l’ho sperimentato: modelli troppo alti, ad esempio, potrebbero scompigliare l’architettura della foto.
La serie è stata pensata come un tributo al genere del nudo sdraiato. In pittura puoi scegliere ogni dettaglio disegnandolo, cancellandolo se non ti piace e ricominciare da capo. In fotografia si dipende dai modelli: quanto più l’idea risulta precisa nella mente, tanto più accurata deve essere la scelta dei soggetti. Ho testato la maggior parte delle foto su di me, giungendo alla conclusione che funzionano soltanto in questo modo. I modelli devono essere il mio alter ego, quasi la mia controfigura.

Cosa ti proponi di esprimere attraverso la tua opera?
Tutto ruota attorno alla transizione. Andare da un punto di cui ne sei pienamente consapevole ad un altro che ti è sconosciuto. Io immaginavo una brocca d’acqua che avrei voluto rovesciare per guardare come l’acqua gocciolasse sul tavolo: generalmente non si sa dove scorrerà. O meglio, sai che l’acqua cadrà a terra ma non sai quale via prenderà. Drifting si propone proprio questo: creare la propria via pur conoscendo il punto di arrivo.
I corpi sono sul tavolo e devono sembrare morti. Stanno gocciolando, sono in movimento, hanno questa forza interiore che non controllano e che li mantiene vivi, hanno bisogno di andare da qualche parte ma non sanno dove. È questo il paradosso delle immagini: esprimono il bisogno di movimento ma allo stesso tempo sono paralizzate perché non conoscono la direzione da seguire. Sono smarrite e necessitano di una guida, così trattengono il movimento anziché effettuarlo in attesa di istruzioni per rialzarsi.

Qual è il filo conduttore che accomuna tutte le tue serie fotografiche?
Creo una visione tra cose opposte. Stilisticamente parlando vesto di estetica immagini scioccanti: è magnifico ma allo stesso tempo strano. Qualcosa di simile si trova nella definizione di fascino, connubio di attraente e repulsivo. Cerco di costringere le persone a guardare le cose in maniera differente e ciò può essere possibile tramite l’estetica: si può essere in grado di osservare ogni cosa finché sia belle e ben fatta.