MAI – L’archeologia del presente di Giulia Cenci

Giulia Cenci conduce la propria ricerca estetica su un terreno tutt’altro che agevole. Lontano da ogni estetismo e da facili suggestioni, l’artista prosegue con insistenza ed ostinazione il proprio percorso artistico.

Nella tensione a raggiungere quello che Paul Celan chiamava il “conseguito silenzio”, Giulia Cenci cerca ad ogni passo di portare la propria opera alle estreme conseguenze, ne accelera il processo che conduce al suo esaurimento, la trascina al suolo: Terra bassa è il titolo della sua mostra passata, presso la galleria SpazioA di Pistoia.

Le opere realizzate da Giulia Cenci sono opere “poetiche”. Non perché siano vagamente evocative, ma perché concentrano in maniera esasperante lo sguardo dell’osservatore sull’infimo particolare. Fissandolo con insistenza, il particolare solitamente trascurato è messo in movimento nella propria immobilità.

La poeticità dell’opera di Giulia Cenci intercetta e amplifica i flebili e discontinui sussulti di oggetti degradati a residuo.

È una “conseguita immaterialità” quella che cerca di raggiungere Giulia Cenci. Anche i titoli di opere come Almost invisible, Ritratto perso, rimandano ad una assenza intensamente eloquente, che porta i segni di una tragica privazione.

Gli oggetti in mostra sono vasche, bacinelle, sedie, sgabelli, oggetti utili a contenere o sostenere uomini o comunque destinati ad entrarvi quotidianamente in contatto. In questo rapporto costante e ripetuto con l’umano, gli oggetti ne subiscono la caducità. La plastica patisce il deperimento proprio dell’organico.

MAI, è il titolo della mostra di Giulia Cenci inaugurata giorni fa presso Tile project space a Milano. “Mai” è la dimensione temporale nella quale si colloca l’opera di Giulia Cenci. “Mai” non è atemporalità, assenza del tempo, ma la sua negazione determinata. Negato il tempo nella sua regolare divisione e nella sua linearità consecutiva, gli eventi collassano in un punto indeterminato e indefinibile, permettendo la realizzazione di ossimori e incongruenze temporali.

Le opere in mostra costituiscono una “archeologia del presente”: oggetti in plastica di uso quotidiano vengono presentati come fossero reperti di una lontana civiltà ormai estinta. Tuttavia ciò è reso possibile dall’azione dell’artista che con il suo gesto scarificatore, ne accelera il processo di logoramento, rendendoli come usurati da un uso eccessivo, così come si presenterebbero in un lontano futuro.