Design hacking – Dall’estetica della funzione alla funzione estetica

L’uomo è designer per natura. Egli si circonda di un mondo artificiale, progettato e costruito in funzione di bisogni e necessità. La forza generatrice definita creatività è un impulso al quale l’uomo non può sottrarsi perchè espressione del proprio ingegno.

Nel corso della storia, progettare è sempre stata un’attività riservata agli uomini d’ingegno, appunto, coloro i quali per necessità o curiosità si dedicavano all’ideazione di artefatti utili alla soluzione di un problema. L’inventore costruiva oggetti e macchine che potessero in qualche modo aiutare l’uomo nel lavoro e accomodarlo nella vita. Il risultato era un’estetica dettata dalla funzione dell’artefatto, la forma era decisa dallo scopo per il quale l’oggetto era stato concepito.

Questa logica, valida tutt’ora, nel tempo ha subito non poche influenze e attualmente anche il campo dell’estetica è diventato materia di progettazione. L’oggetto dev’essere gradevole oltre che utile e deve piacere oltre che servire. Il gusto personale e la soggettività dettano le regole estetico-formali dei progetti tanto che la direzione intrapresa negli ultimi decenni è quella di avere artefatti unici, personalizzati, che riflettano l’identità di chi li possiede. L’unione tra quest’esigenza e la possibilità di procurarsi prodotti industriali e semilavorati a basso costo ha permesso alle persone comuni di sperimentare nel costruirsi oggetti nuovi modificando quelli esistenti. Il design Ikea diventa materia prima di cui servirsi per ottenere nuovi progetti (da qui il nome Ikea Hackers).

Ad accorgersene nel 2006 l’ideatrice di ikeahackers.net, sito che raccoglie centinaia di idee su come reinterpretare, trasformare, assemblare, modificare i prodotti Ikea e non solo. Alcuni progetti sono davvero sorprendenti e sembrano essere realizzati da designer professionisti, altri lasciano il tempo che trovano, ma tutti testimoniano un cambiamento significativo nel panorama del design postmoderno. L’abilità di sfruttare componenti industriali con creatività innesca una reazione a catena generatrice di nuove idee e soluzioni nei campi più disparati. Gli oggetti vengono spesso decontestualizzati e modificati secondo esigenze sia estetiche che funzionali.

A differenza di altri siti online che divulgano questo tipo di attività, il portale di Jules Yap permette a chiunque di registrarsi e pubblicare i propri hacks, condividendoli in rete. La pratica legata al design hacking – diffusa sul web anche con l’acronimo DIY (Do It Yourself) – rappresenta un’inversione di tendenza rispetto al paradigma classico del rapporto tra produzione e consumo. L’idea di ignorare le istruzioni di montaggio Ikea per costruire il proprio prodotto sovverte le più elementari strategie del managment e configura un’attività che sposta l’oggetto seriale, di produzione industriale, sul piano dell’artigianato e dell’opera unica. L’artefatto esce dalla fabbrica per essere matrice dalla quale ottenere varianti infinite e il consumatore diventa parte fondamentale del processo di produzione.

L’utente finale del prodotto non acquista per consumare ma per valorizzare. L’oggetto del desiderio diventa strumento per un’estetica dell’esperienza che carica di valore simbolico il prodotto finito, generando quell’affetto tipico degli artisti nei confronti delle proprie opere. Il risultato è un design alternativo e spontaneo che va oltre l’oggetto progettato. Spesso i design hackers condividono le istruzioni su come realizzare la propria creazione dando la possibilità ad altri di seguire lo stesso processo e personalizzarlo. Design del prodotto 2.0?

Inevitabilmente si assiste ad un’evoluzione naturale del design inteso come l’intreccio tra innovazione, tecnologia e società (non a caso il termine usato per questo fenomeno affonda le radici nell’informatica). Una risposta naturale all’omologazione esistenziale o ingegno collettivo represso da decenni di consumismo industriale?
La cosa certa è l’intenzione di voler tornare a costruire artefatti che durino nel tempo nel rispetto delle risorse ambientali e nell’idea che un oggetto possa rinnovarsi continuamente nella forma e nell’utilizzo, godendo di molteplici vite perchè in fondo «è la vita che ricerca le sue forme nel design»[1].

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1. Maurizio Vitta, Il design, la vita, le forme in Il design e la sua storia, Lupetti editore, Milano 2013, p. 213