Per chiunque ami gli sport estremi, dalla Norvegia arriva la maratona architettonica: 120 HOURS è il più grande e il più prestigioso concorso di architettura per studenti, pronto a ritornare dal 9 al 14 febbraio per la sua quinta edizione.

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A parte le dimensioni planetarie che la partecipazione ha assunto negli ultimi anni, anche grazie alla gratuità dell’iscrizione (la scorsa edizione ha visto la partecipazione di 2960 studenti da 83 Paesi di tutto il mondo), la particolarità sta nella durata e nelle modalità di svolgimento: 120 ore significano 5 giorni ed è il tempo a disposizione dei partecipanti, a partire dalla pubblicazione del tema, per ideare, sviluppare e rappresentare un progetto in modo convincente. Quindi una vera maratona intensiva che non concede distrazioni e costringe a focalizzare l’attenzione solo sull’essenziale, nell’idea così come nel materiale da consegnare.

Il bando ovviamente non è ancora disponibile, venendo pubblicato solo all’inizio ufficiale delle 120 ore, ma il tema generale su cui si possono già testare le proprie abilità è ‘experimental preservation – responsibly radical?’, per una progettazione che sappia lavorare con il tempo oltre che sullo spazio, con sensibilità ma spirito spregiudicato. L’attesa è quindi tutta rivolta alla scoperta della precisa consegna di quest’anno, mentre i componenti della giuria, generalmente sempre di livello internazionale, verranno gradualmente svelati nei prossimi giorni, ma già comprendono Maria Fedorchenko, Pernilla Ohrstedt e Jorge Otero-Pailos.

Creato cinque anni fa da un gruppo di studenti dell’università di architettura AHO di Oslo e inizialmente aperto alla sola partecipazione di studenti norvegesi, il concorso si configura come un raro esempio di competizione per studenti creata da studenti, quindi particolarmente focalizzata sulla pura sfida creativa e totalmente svincolata da particolarità o temi contingenti. Libero e immediato, si caratterizza principalmente per essere una prestigiosa occasione di confronto tra una generazione di futuri progettisti sparsi su tutti i continenti. Avendo a disposizione un tempo così limitato, il concorso si propone come un utile esercizio di affinamento e riduzione all’essenziale di ogni concetto: paradossalmente, le 120 ore potrebbero anche risultarvi eccessive!

Le iscrizioni sono aperte fino al 9, l’inizio del conto alla rovescia, mentre il termine ultimo per la consegna è fissato il 14, con la valutazione prevista dal 19 al 20, data di premiazione dei tre progetti vincitori.
Nell’attesa abbiamo scambiato qualche parola con Brit Kristin Heltne, tra i ragazzi dell’organizzazione di quest’anno, e con Magnus Asker Pettersen, Founding Director e Project Coordinator di 120 HOURS, nonché uno dei cinque fondatori iniziali.

Puoi spiegarci qualcosa di più riguardo a quello che si intende per ‘experimental preservation’, il tema principale dell’edizione di quest’anno? Penso sia molto stimolante l’idea di sfidare il concetto centrale di conservazione da un punto di vista dinamico, provando a fondere momenti diversi in un unico gesto.
BRIT: ‘Experimental preservation’ è una nuova disciplina nel grande panorama della conservazione. Se mi chiedi che cosa sia, non posso darti nessun punto fermo da parte mia. Quello di cui sono certa è che sia giunto il momento di mettere in discussione sia i limiti che la pratica della conservazione, e dove c’è spazio per la sperimentazione, dovremmo sperimentare ed esplorare. C’è sempre spazio per la sperimentazione! Come architetti ci chiediamo come mantenere l’architettura, come storici ci confrontiamo invece con la storia e su come mantenere e proteggere particolari culture… Forse noi architetti dovremmo essere più coraggiosi, avere la voglia di provare soluzioni fuori da quelle consuete. Credo che fino a un certo punto gli architetti lo facciamo, ma quando si arriva alla pratica diretta forse lasciano che la consuetudine li allontani dalla completa e libera esplorazione, hanno paura.
Anche se il dibattito è stato fermo per alcuni anni, ci troviamo di fronte a un cambiamento: un approccio più interdisciplinare che portasse nuove risorse nella pratica della conservazione sarebbe salutare alla disciplina: coinvolgere artisti, scrittori all’interno della discussione penso porterebbe a un campo di confronto più ampio. Forse è un po’ semplicistico, ma ci stiamo certamente muovendo verso questa direzione già parlandone. E quando sarà il momento di testare l’ ‘experimental preservation’ so per certo che ci saranno centinaia di ottime strategie e idee dagli studenti di tutto il mondo. Il 14 febbraio vedremo gli esiti a cui questa nuova disciplina potrà aspirare nel futuro.

Sul sito di 120 HOURS avete proposto tre diversi progetti come fonte di ispirazione, di Oskar Hansen, OMA e Superstudio: in effetti tre approcci differenti a una stessa materia. Conservazione significa fare una selezione e progettare attraverso il tempo più che nello spazio?
BRIT: Il concetto di conservazione è stato affrontato in modo abbastanza prevedibile negli ultimi anni, sappiamo sempre più o meno cosa aspettarci sia nei progetti che nei dibattiti. Va notato che la pratica della conservazione è un tema estremamente complesso che coinvolge molti aspetti, incluso il tempo: tutte le scelte da compiere devono essere basate sulla conoscenza e non sull’interpretazione di un singolo. Attraverso la storia abbiamo perciò voluto testimoniare gli opposti risultati raggiunti da progetti legati a questi temi, basati solo su interpretazione e pura sperimentazione, che oggi possono anche sembrarci radicali o discutibili.
I limiti attuali sono flessibili, ma in alcuni casi a un progettista non è permesso sperimentare fuori da quello che è ‘scientificamente’ provato, almeno per quanto riguarda la conservazione del costruito. Ed è forse questa mancanza di spensieratezza che manca nella pratica conservativa: sicuramente dobbiamo prenderci cura della nostra storia e proteggerla, ma il modo in cui lo facciamo sarà sempre una questione aperta, e dovrebbe esserlo!
La tradizione della conservazione varia da un continente all’altro, e così anche all’interno dei confini nazionali. Allo stato attuale abbiamo delle regole condivise e quasi universali, ma, se è questo a cui ambiamo, credo che lo spazio sia qualcosa su cui sia difficile trovare un compromesso, e ciò rende l’aspetto del tempo ancora più importante. E forse non potremo mai trascurare che è soprattutto il tempo che distingue l’esistente dal nuovo.

In Italia siamo molto legati al concetto di conservazione, che sicuramente ci ha permesso di raggiungere importanti risultati, ma che dall’altra parte ha dato impulso a diversi fraintendimenti, ben denunciati da Flooded Florence di Superstudio, riguardo a cosa significhi veramente conservare e riguardo all’idea di temporalità in generale: abbandonare qualcosa è un’altro modo di amarla?
BRIT: La questione è interessante in effetti, e più ci penso (e sento di doverci riflettere personalmente molto) più mi sembra che sia così, che abbandonare possa voler dire amare qualcosa. Mostrare lo stato attuale di un edificio o di un ambiente, senza nessun intervento, è la cosa più onesta, se stiamo cercando l’onestà. Ma è ora che sento il bisogno di ripensarci: non credo che abbandonare sia il solo modo per prendersi cura. Quando abbandoni e conservi ciò che è rimasto finché permane, lo conservi veramente? Forse per qualche tempo, ma quanto? E anche allora, quando si arriva alla rovina, non possiamo comunque controllare quello che le prossime generazioni potranno fare: mantenere, abbandonare o ricostruire.
La definizione di conservazione diventa vaga se si combina con il tempo. Se cambiamo prospettiva e diciamo che conservare significa mantenere, riusare, preservare, stiamo comunque facendo un intervento. Dipende dalle condizioni della costruzione, ma potremmo rischiare l’onestà dello stato attuale, anche se, conservando e usando l’edificio, si seguirebbe il naturale e dinamico sviluppo dell’architettura, senza interromperlo. E’ restaurando e spostando indietro le lancette, congelandole come nei musei, che ci si chiude allo sviluppo, nonostante il valore indiscutibile di testimonianza futura. Proteggere qualcosa per le generazioni future significa prendersene cura, semplicemente perché si include il futuro. Un po’ banale forse, ma anche questo approccio è necessario.

Magnus, 120 HOURS raggiunge quest’anno il suo quinto anno di vita e non è mai stata così in salute. Cosa ti auguri per le prossime edizioni e in che modo state lavorando per sviluppare ulteriormente la portata del concorso?
MAGNUS: Siamo molto soddisfatti per il livello che 120  HOURS ha raggiunto negli ultimi anni e per i risultati che abbiamo ottenuto fino ad ora. Il concorso si è sviluppato molto bene e i nuovi studenti del team che organizza questa edizione stanno facendo un lavoro fantastico! Per noi è importante continuare a stimolare gli studenti di tutto il mondo, ed essere attuali. Dal mio punto di vista, 120 HOURS ha raggiunto una buona ricetta per come vogliamo che la competizione sia, e l’attenzione si è spostata più sul mantenere un’alta qualità del concorso nella sua totalità. Come sviluppo ulteriore del concetto di 120 HOURS, i fondatori Hans, Peder, Scott, Fredrik e io stiamo lavorando su un nuovo concorso, che andrà ad interessare molti più soggetti che solo il mondo studentesco, ma per il momento non posso dire di più.

For anyone who loves extreme sports, from Norway comes the architectural marathon: 120 HOURS is the biggest and the most prestigious architectural competition for students, ready to return from February 9th to 14th for its fifth edition. Apart from the global dimensions the competition has reached, even thanks to the free registration (the last edition counted 2960 students from 83 countries around the world), the peculiarity lies in the duration as well as in the terms of the competition: 120 HOURS mean 5 days and this is the time left to participants, since the publication of the issue, to design, develop and represent a project. So, we’re talking about a real marathon that does not allow distractions and forces everyone to focus only on what is really important, on the idea as well as on the material to be delivered.

Of course the assignment is not available yet, being published only with the official start of the 120 hours, but the general theme on which you can already test your skills is ‘experimental preservation – responsibly radical?’, for a design that knows how to work with time as well as space, with sensitivity but unbiased spirit. The wait is then all focused on the discovery of the precise theme of this year’s edition, while the members of the jury, generally internationally known, will gradually be revealed this week, but we can already mention Maria Fedorchenko, Pernilla Ohrstedt and Jorge Otero-Pailos.

Created five years ago by a group of students at the Oslo University of Architecture AHO and initially open only to Norwegian students, the competition is set up as a rare example of a student competition created by students, therefore particularly focused on pure creative challenge. Free and immediate, it is characterized mainly for being a prestigious opportunity of discussion among a generation of future designers spread across all continents. Having such a limited time, the competition is proposed as a useful exercise of refinement and reduction of each concept: paradoxically, 120 hours could even be to much!
Registration is open until 9th of February, the start of the countdown, while the deadline for delivery is set on 14th of the same month, with the evaluation process will take place from 19th to 20th, when the three winning projects will be published.
In the meantime, we talked with Brit Kristin Heltne, one of the guys working on this year’s edition, and Magnus Asker Pettersen, Founding Director and Project Coordinator of 120 HOURS, and one of the five initial founders.

Can you explain something more about what do you mean for ‘experimental preservation’, the main theme of this year’s 120 HOURS? I found very stimulating the idea of challenging the very concept of preservation from a dynamic perspective, trying to melt different times at once.
BRIT: ‘Experimental preservation’ is a new discipline in this big landscape of preservation. If you ask me what it is, I can’t say anything certain. What I do know is that it is about time to question both frameworks and the practice of preservation, and where there is room for experimentation, we should explore and experiment! There is always room for experimentation, always! As architects we question what and how to preserve architecture, as historians we question history and how to maintain and protect certain cultures… Maybe we architects should be bolder, have courage to test outside of the box. I believe we already do so to a certain point, but when it comes to the practice of preservation, perhaps we let the regime prevent us in exploring to the fully, we chicken out.
Even though the debate has stagneted in many ways, we are finding ourselves in a shift: to bring new sources into the practice, a more interdisciplinary approach, will be healthy for the discipline. Bring in artist, writers… and I think we will get a more open field to play around on. Perhaps it is a bit naive, but we are certainly moving in that direction as we speak. And when it comes to ‘experimental preservation’, I know that we will get loads of great ideas and strategies from students around the world. So, on the 14th of February we will see the scope of what this new discipline/practice can be in the future.

On the website you propose three different projects as a source of inspiration: in fact three very different approaches for a same subject. Has preservation something to do with making a selection and designing not through space but through time?
BRIT: Preservation in the last decades has been a bit predictable, we know more or less what to expect in both projects and discussions. It has to be mentioned, the practice of preservation is extremely complex, and there are many factors involved, including the time aspect. All the choices to make are based on knowledge and not by one single person’s interpretation. Through history we have also vitnessed the opposite case in preservation projects, based only on interpretation and pure guess, which today seems radical and questionable.
Today’s frameworks are flexible, but in particularly cases one is not allowed to experiment outside of what’s scientific proved, at least when it comes to protection of the built. And it is perhaps that playfulness we miss in the preservation practice. Of course, we have to protect and take care of our history, but how we do so will always be debated. And it should be!
The tradition within preservation varies from one continent to another, and also within the national borders. As it is today, we have a universal set of rules, and if it is that we aim for, my thought is that space is something it can be difficult to agree on, which makes the time aspect even more important. And we will probably never get away from that fact, that it is also time that distinguish the existing from the new built.

In Italy we are very concerned about preservation and surely we achieved many goals in this direction, but on the other hand sometimes there is a misunderstanding, clearly exposed by Flooded Florence by Superstudio, about what preservation really means and about time in general: to abandon something is another way of loving it?
BRIT: Interesting question, and the more I think about it (and I feel a need to argue with myself many times on this), it seems so: to abandon something is to love it. To show the actual state the building or the environment is in, without any interventions, is most honest, if honesty is what you are looking for. But it is now that I need to argue with myself. I don’t think that abandoning is the only way to show care. When you do abandon, and ‘preserve’ what’s left as long as it exists, until this something disappear at some point, do you actually preserve it? For a special amount of time, maybe, but for how long? And even then, when it get to the state as a ruin, we can never control what the next generations will do; maintain, leave or reconstruct. The definition of preservation in combination with time is vague. If we turn it the other way around and preserve as keeping, maintaining, re-using… you are doing an intervention. It depends on the state of the building, but you might risk the honesty of the actual state. Meanwhile, maintaining and keeping it, for instance by using, you follow the natural and dynamic development as if it was never left. And by restoring and set the state back in time and freeze it in that state, which is often the practice in museums, you close for development. Anyhow, it will without doubts have a great importance as a historic vitness for future generations. To protect this something for future generation is to care, simply because you include the future. A bit banal, but necessary.

120 HOURS has reached its fifth year of life and it has never been so healthy and in good shape! What do you wish for the next editions and in which ways are you working on developing the competition even further?
MAGNUS: We are very pleased with how far we have come with 120 HOURS, and what we have achieved so far. The competition in itself is going well, and the new students who are project managers this year are doing a fantastic job! It is important for us to keep pushing the students around the world, and to be topical. In my opinion, 120 HOURS has come to a point that we have a good recipe for how we want the competition to run, and the focus have shifted more towards maintaining the high quality of 120 HOURS as a whole. As far as further development of the concept of 120 HOURS, the founders, Hans, Peder, Scott, Fredrik and I are working on a new competition, that is going to interest a lot more people than just students, but I cannot say much more at the moment I am afraid.

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