La soffitta è forse, tra tutti gli ambienti che possono comporre una casa, quello più “magico”.

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Nonostante la posizione elevata, nel sottotetto, una soffitta è carica di significati che hanno a che fare con le radici della casa: bauli, vecchie foto, vestiti e oggetti d’epoca, chincaglierie.

Le fantasie dei bambini sono ampiamente popolate da soffitte proibite in cui nascondersi e magari scoprire tesori nascosti o vecchi segreti. Al tempo stesso, questi spazi di risulta richiamano in qualche modo quelle storie dell’orrore di vecchio stampo, in cui fantasmi del passato riemergono da dimenticate botole misteriose.

Il 13 febbraio si è tenuto a Parigi il vernissage di 69c2 au grenier, un’esposizione per una persona alla volta tenuta nella soffitta di un appartamento in un palazzo storico del 10° arrodissement. I giovani curatori Constance Moréteau, insegnante di storia dell’arte e design all’EBABX di Bordeaux, e Alessandro Gallicchio, insegnante di storia dell’arte contemporanea all’ESAG di Parigi e all’EMCA di Angoûleme, l’hanno concepita a partire da un luogo mai adibito a luogo d’esposizione ‒ una soffitta privata ‒ proprio in virtù di quel carattere intimo che le è intrinseca: l’iniziativa nasce con l’intento di invitare i visitatori ad “avventurarsi in una scalata artistica solitaria”.

L’introspezione dell’esperienza è sottolineata dalle due installazioni video esposte nel grenier, realizzate dall’italiana Chiara Bettazzi e dalla svedese Malin Pettersson Öberg, entrambe sensibili a tematiche quali il collezionismo effimero o l’accumulazione ossessiva di oggetti.

Il percorso dello spettatore parte all’ingresso dell’appartamento, sulle cui pareti trova spazio 25 years di Ibrahim Nasrallah, conosciuto anche col moniker la Moustache d’Ibrahim: l’opera inedita, composta da 25 disegni in fila e parte del progetto in via di realizzazione 100 years, fa da preambolo alla salita. Il visitatore dunque inizia la sua “ascesi” attraverso una scala a pioli, che lo porta dal bianco dello spazio abitabile al buio della soffitta. Qui, il pavimento attrezzato con un tessuto e dei cuscini rossi lo invita ad accomodarsi e a prendersi il tempo più o meno lungo necessario a godere di questo momento di riflessione.

“Alla luce delle sue caratteristiche spaziali, la soffitta agisce sull’esperienza sensoriale dello spettatore obbligandolo a piegarsi alle contingenze del video e a ricalibrare il suo modo di «vedere».”

Il vernissage apre alle 18 e nonostante la pioggia e l’offerta culturale di una città in cui si è già visto e già fatto tutto, l’androne del palazzo inizia a riempirsi di visitatori e nasce l’esigenza di organizzare una lista per l’accesso all’esposizione. All’ingresso della scala condominiale, gli avventori vengono accolti da un rinfresco di benvenuto: in breve tempo si crea un clima conviviale, alimentato anche dalla presenza di due degli artisti esposti, Ibrahim Nasrallah e Malin Pettersson Öberg, disponibili ad aggiungere ulteriori dettagli sull’esposizione a coloro che attendono il proprio turno. L’ambiente è eterogeneo: dai passanti curiosi ai professionisti coinvolti direttamente in attività artistiche, ciascuno ha modo di confrontarsi l’un l’altro.

Accogliente, claustrofobico, rilassante, inquietante: lo spettro di risposte raccolte al seguito della visita è molto vario. A dispetto delle aspettative, ogni partecipante tende a restare abbastanza a lungo nella soffitta, catturati soprattutto dalla caratteristica narrativa del video di Malin Pettersson Öberg, Everyday Archives II (Flyers 1998-2008). La dimensione e la qualità dello spazio aiutano effettivamente a concentrarsi pienamente sulle due installazioni video, tipologia generalmente penalizzata nei percorsi espositivi lunghi e densi. Nonostante la vicinanza dei temi e della tecnica “a slide-show”, le due artiste esplorano il medium traducendolo con poetiche distinte: qualcuno si dice colpito dall’intonazione di voce o dalle citazioni pronunciate dall’artista svedese, altri si dimostrano incuriositi alla tecnica fotografica e alla natura degli oggetti (strumenti chirurgici) rappresentati da Chiara Bettazzi in Collection. La casa resta aperta ben oltre l’orario indicato.

“Une aventure”, afferma qualcuno uscendo dall’appartamento.

The attic is, perhaps, among all the rooms that can make up a house, the most “magic”.

Regardless of its elevated position, beneath the roof, an attic carries great significance when it comes to the roots of a house: chests, old photos, antique objects and clothing, trinkets.

Children’s fantasies are widely inhabited by forbidden attics where to hide oneself and, maybe, to find hidden treasures or old secrets. At the same time, these resulting spaces recall somehow those old-styled horror stories, in which ghosts from the past re-emerge from forgotten mysterious trap-doors.

The preview of 69c2 au grenier, en exposition for only one person at a time in the attic of an apartement, took place the 13th of february in an historical building in the 10th arrondissement of Paris. The young curators Constance Moréteau, professor of art history and design at EBABX Bordeaux, and Alessandro Gallicchio, professor of contemporary art history at ESAG in Paris and at EMCA in Angoûleme, conceived it starting from the setting itself: a place that had never been designated to host an exhibition ‒ a private attic ‒ comes to it by virtue of its intrinsic intimate nature. The aim of the experience is to invite visitors to “venture onto a lonesome artistic climbing”.

The introspective aspect of the action is underlined by the two video-installations showed in the grenier. In fact, the two authors, the Italian Chiara Bettazzi and the Swedish Malin Pettersson Öberg are both sensible to themes such as ephemeral collecting or obsessive accumulation of objects.

The spectator starts his promenade as soon as he enters the doors of the apartement, where he finds, hanging on the walls, 25 years by Ibrahim Nasrallah AKA la Moustache d’Ibrahim: his latest series, which acts as an introduction to the climbing, is made up of 25 drawings in a row and it is part of his ongoing project 100 years. The visitor then starts his “ascesis” through a ladder bringing him from the whiteness of the living space to the shadow of the attic. Here, the red tissue and cushions adorning the floor invite him to get comfortable and to take about as long as he needs to enjoy this moment of reflection.

“In the light of its spatial characteristics, the attic acts on the spectator’s sensory experience, forcing him to bend to the contingency of the video and to recalibrate his way to «see»”.    

The preview opens at 6PM and despite the rain and the cultural offer of a city where all was already seen and done, the entrance hall of the apartment building is soon full of visitors, raising the need to organize a list to access the exposition. At the hall, comers are welcomed with refreshments: in short time the spirit gets convivial, thanks also to the presence of two of the shown artists, Ibrahim Nasrallah and Malin Pettersson Öberg, both available to add more details about the exhibition to those waiting for their turn. The environment is heterogeneous: from curious bystanders to professionals directly involved in artistic activities, anyone has a way of talking to each other.

Cosy, claustrophobic, relaxing, unsettling: the range of feedback is really wide. In spite of expectations, each participant has a tendency to remain quite long in the attic. Many are captured by the narrative nature of Malin Pettersson Öberg’s video Archives II (Flyers 1998-2008). The dimension and the quality of the space help, in fact, to focus completely on the two video, while this type of installation is usually penalised in long and dense exhibitions. Despite using similar themes and a “slide-show” technique, the two artist explore the medium and translate it according two distinct poetics: someone affirms to be impressed by the tone of voice or the quotes pronounced by the Swedish artist, others show themselves curious about the photographic technique and the nature of the objects (surgical instruments) portrayed by Chiara Bettazzi in Collection. The house keeps open well beyond scheduled times.

“Une aventure”, says someone leaving the apartment.

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