Berlino / Tokyo / Mondo – Abbiamo incontrato Frankie Casillo

La street photography è forse uno dei generi più complessi di fotografia perchè caratterizzata dall’impossibilità di identificarla compiutamente rispetto a tutti gli altri generi. Tentare di definirla sarebbe un inutile esercizio descrittivo.

Frankie Casillo, classe ‘84, italiano trapiantato a Berlino da anni, è un artista eclettico con un particolare interesse per la fotografia.

Siamo andati a trovarlo nella sua casa-atelier, un luogo pieno di cimeli. La sua fotografia ci porta a pensare subito alla black comedy cinematografica, così come appare chiaro che i suoi lavori hanno una stretta connessione con il suo modo di essere.

Ciao Frankie, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Raccontaci quando e perché hai iniziato ad interessarti di fotografia.
Pur avendo sempre avuto un particolare interesse per la fotografia, le mie scelte passate non riflettono del tutto questo. Ho cercato nel tempo di coltivare diverse passioni, con progetti diversi in ambienti ­differenti, che mi hanno aiutato ad evolvere ed a trovare il mio potenziale. Continuo a puntare lo “sguardo” su tutto quello che mi intriga, cercando di dare una mia interpretazione. Con la fotografia il passaggio è avvenuto naturalmente.

Da cosa o da chi prendi ispirazione?
Da tutto quello che mi circonda, dalle persone che ho incontrato, dai miei amici, dalle esperienze fatte.
Non mi soffermo a fare una lista di artisti ai quali mi sono ispirato o che attualmente mi ispirano­­­­­­­­­­, ce ne sono così tanti lì fuori che fanno ottimi lavori, il mio occhio cambia e quello che mi colpisce viene dettato da diverse combinazioni ogni volta.
Posso dire però che la mia serie intitolata NON è stata fortemente ispirata da un dipinto di Baselitz, No objektiv nee, esposto alla CFA di Berlino in occasione della mostra KIDS nell’estate del 2012. Sono tornato più e più volte a godere della forza e dell’intensità di un pezzo così maestoso.

Quali lavori ti hanno fatto capire che eri sulla strada giusta?
Ogni singolo lavoro fa parte di un unico progetto e non so se la strada sia quella giusta o quella sbagliata, mi sto semplicemente godendo il tragitto. 

Nelle tue foto si avverte sempre un senso di malinconia controbilanciata dall’energia dei colori. Queste contrasto implicito cosa racconta di te?
Credo che nella fotografia, così come in altre forme di arte figurativa, ciò che esprimiamo sia strettamente connesso ciò che siamo, nel processo si crea una forte intimità che spesso detta il “mood” del dipinto piuttosto che della fotografia.
La mia scelta di fotografare a colori mi dà la possibilità di creare un legame più stretto tra il soggetto/i e il suo/loro contesto, usando elementi diversi per poter rafforzare o stravolgere un momento.

Analogico o digitale?
In generale la scelta viene dettata dal progetto a cui lavoro. Ci sono contesti dove è decisamente più consono e pratico usare il digitale ed altri dove la grana e l’imperfezione regalano naturalezza. In definitiva, per me, è il risultato quello che conta. Quando guardo uno scatto interessante sicuramente non mi soffermo a pensare se sia stato scattato in un modo o nell’altro.
Tuttavia prediligo lo scatto in analogico di cui amo la ritualità dall’attimo prima dello scatto alla foto in frame, il tempo che passa nel mezzo è la ragione per la quale faccio quello che faccio.

Parliamo un po’ del tuo ultimo viaggio?
Tokyo, una metropoli fatta di contrasti e bellezza, rispetto alla quale un occhio europeo non può che essere rapito. Una cultura così affascinante ma, allo stesso tempo, così estremamente diversa, difficile da comprendere o paragonare, bisogna assaporarla in prima persona e non farsi guidare dai luoghi comuni. In una città così dinamica e cruda, non c’è spazio per il “sentito dire”.

Progetti per il futuro?
Transiberiana Pechino-Mosca.