Clarissa Bonet, classe 1986, vive e lavora a Chicago. I suoi lavori, esposti sia nazionalmente che internazionalmente, esplorano gli aspetti dello spazio urbano in un contesto sia fisico che psicologico.

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Trasferendosi da Tampa, in Florida, a Chicago, Clarissa rimane affascinata dall’ambiente urbano tanto differente e decide di catturarne l’essenza attraverso il suo progetto City Space. Non una documentazione, ma una serie di immagini che raccontassero la sua esperienza personale.

Non essendo qualcosa di tangibile, esprimere un umore o una sensazione è una vera e propria sfida per un fotografo. Per cui, servendosi del contrasto luce/ombra e dei colori, cerca di comunicare allo spettatore la sua esperienza nell’ambiente urbano.

Affascinati dal suo lavoro, le abbiamo fatto qualche domanda.

Innanzitutto, raccontaci qualcosa di te, dei tuoi studi e com’è nata la tua passione per la fotografia?
Da ragazza seguii una lezione di fotografia al liceo e fui subito affascinata da questo strumento e da come era capace di trasformare il mondo che avevo di fronte. Fu allora che scoprii la fotografia come vera e propria forma d’arte e capii che era quello che volevo fare.
Ho continuato laureandomi in fotografia presso The University of Central Florida e ho seguito un masters in Fine art Photography al Columbia College di Chicago.

Come spiegheresti il tuo progetto e come mai hai deciso di concentrarti sullo spazio urbano e personale?
Trasferirsi da una cittadina di periferia della California a Chicago è stato abbastanza uno shock. Ero abituata ad un ambiente tropicale e lussureggiante, dal ritmo lento e mi sono ritrovata in un luogo che è completamente l’opposto. È stato stravolgente. Gli impegni banali della vita quotidiana, così come li conoscevo, non erano più un conforto. Ho dovuto imparare come muovermi in questo nuovo ambiente. Tuttavia ero affascinata dalla struttura della città, la sua gente e dal paesaggio.

Come spiegheresti il concetto di spazio e quanto questo può influenzare una persona?
Lo spazio fisico, la sua stessa natura, può influire sulla nostra percezione, sul nostro umore e la nostra consapevolezza di esso. Il mio non è un discorso generico, parlo della mia esperienza. Come nuova arrivata nello spazio urbano, la mia prima impressione è stata quella di essere sovrastata e mi sentivo intimidita, soprattutto dall’aspetto fisico dello spazio urbano – gli enormi edifici monolitici, il chiassoso sistema dei trasporti, il colore grigio che ricopre la città. L’ambiente fisico ha avuto un  grande impatto sul come ho reso mio il mio nuovo ambiente. Così ho cominciato a creare immagini che esploravano la mia consapevolezza di questo nuovo posto.

Come trasformi nelle tue fotografia un ambiente fisico in un ambiente psicologico?
Luce, ombra, colori, inquadratura e condizioni atmosferiche sono tutti strumenti che utilizzo per manipolare le mie fotografie. Il mio obiettivo è quello di creare immagini che parlino dei sentimenti di un esperienza piuttosto che farne una documentazione. Utilizzando questi strumenti posso essere più vicina ad una rappresentazione visiva di qualcosa che è intangibile.

Come scegli il luogo dei tuoi scatti? Che caratteristiche deve avere?
Scelgo la location per motivi differenti. Spesso mi ci imbatto passeggiando per la strada, noto qualcosa che mi colpisce, come il modo in cui la luce illumina un edificio, esaltandone la facciata e mostrandosi in tutta la sua potenza al di sopra dei passanti. Altre volte ho un’idea per un’immagine ho bisogno di una location che esprima il mio concetto. Per fare pratica passo ore in giro per la città, vivo il posto e cerco di percepire l’energia della strada. E’ durante questo tempo che elaboro i concetti per il mio lavoro e trovo le location per lo shooting. Porto sempre con me un block note per gli appunti e con l’iphone faccio qualche scatto di persone, luoghi, o cose che attirano il mio interesse. Poi nel mio studio rendo concrete le mie idee, pianifico lo shooting e ritorno sul posto.

Quanto sono importanti per te i colori, le linee e le ombre?
Questi elementi sono importanti componenti nel mio lavoro. Li uso come strumenti per manipolare l’ambiente che mi circonda. Recentemente ho pensato molto alle linee e a come potessi usare le ombre per creare un segno. Fotografando ad un’ora specifica del giorno o da particolari angolature, posso manipolare il modo in cui lo spazio è percepito.

Come esprimi, attraverso le tue fotografie, i sentimenti dei personaggi?
I personaggi delle mie immagini non hanno sentimenti, ma spero che le immagini stesse evochino un sentimento, una sensazione, per lo spettatore. Esse sono basate sua mia esperienza personale del vivere in un ambiente urbano. In un certo senso, vedo le persone nelle mie foto come miei sostituti.
Uso luce, colore ed elementi atmosferici per aiutare a convogliare la sensazione che una particolare esperienza evoca. Per esempio, il modo in cui ti senti quando si rompono i sacchetti della spesa, come se avessi un riflettore puntato addosso nel bel mezzo della strada. Oppure il sentirsi disorientati all’uscita della metropolitana. La città che si scioglie in una nebbia vuole rappresentare la sensazione di quando si indossano le cuffie, ignari di quello che sta succedendo intorno. Sono queste esperienze banali, ma struggenti, di tutti i giorni che cerco di esprimere col mio lavoro.

Se dovessi scegliere la tua foto preferita, quale sarebbe e perché?
Scegliere la mia immagine preferita è davvero difficile. Ma se proprio devo, direi che sarebbe Spilt Milk. Innanzitutto perché è stata la foto che ha dato una direzione all’intera serie di City Space. Una volta scattata Spilt Milk ho capito in che direzione dovevo muovermi. Quindi sarebbe la mia preferita per quello che rappresenta per me: un passo avanti nel mio lavoro.

Split Milk From the series City Space - Clarissa Bonet

Split Milk From the series City Space – Clarissa Bonet

Ultima domanda: a cosa stai lavorando ora e quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Sono cinque anni che vivo a Chicago e il mio interesse e la mia percezione dello spazio urbano continuano ad aumentare. Credo che continuerò con questo progetto ancora per un pò, e penso sarà interessante vederne l’evoluzione nel tempo. Ho anche lavorato ad un’altra serie, Dark City, che ritrae la città di notte. Sono affascinata da come la nostra percezione degli edifici cambia totalmente dal giorno alla notte. Durante il giorno un edificio è solido e spesso visto come un intero e non come la somma delle sue parti – come le centinaia o migliaia di persone che operano all’interno delle sue mura. Ma il passaggio dal giorno alla notte rivela la presenza di tutte le persone che sono all’interno dell’edificio grazie alla luce che illumina le finestre, in qualche modo creando una specie di cosmo sulla terra.

Clarissa Bonet, born in 1986, lives and works in Chicago. Her work, exhibited nationally and internationally, explores aspects of the urban space in both a physical and psychological context. Moving to Chicago from Tampa, in Florida, Clarissa is fascinated by the different urban environment and decides to capture its essence throughout her project City Space. It’s not a simple documentation, but a series of pictures that tells her personal experience.
To express a mood or a sensation is really difficult for a photographer because it’s something intangible. So, using the contrast between light and shadows and colors, Clarissa try to communicate her experience in the urban space to the viewer.Fascinated and curious about her work, we asked her some questions.

First of all, could you tell me something about you, your studies and how your interest in photography was born?
When I was a teenager I took a photography class in high school and instantly was fascinated by the medium and its ability to transform the world in front of me. It was during this time that I discovered photography as an art form and I knew it was a path I wanted to pursue. I went on to get a bachelors degree in photography from The University of Central Florida and a Masters of Fine art Photography from Columbia College Chicago.

Could tell me about your project and why you decided to focus on the personal and urban space?
Moving to Chicago from a southern suburban city was quite shock. I was used to a slow paced, lush, tropical environment and overnight I was transplanted into the complete opposite. It was overwhelming to say the least. The mundane tasks of everyday life as I knew them were no longer a comfort. I had to relearn how to operate in this new environment. Fascinated by the city’s structure, its people, and the landscape.

How would you explain the concept of space and how much it can affect a person?
The physical space that one operates within and the nature of that space can affect our perception, mood, and understanding of it. I can’t speak for everyone, only to my own personal experience of place. As a newcomer to the urban space, its first impression was dominating and intimidating, and a lot had to do with the physical aspects of the environment—the huge, monolithic buildings, loud elevated train system, and the wash of gray that permeated the city. This physical environment had a huge impact on how I internalized my new environment. In turn, I started making images that explored my new understanding of this place.

How do you transform the physical space into a psychological one in your pictures?
Light, shadow, color, camera angle, and atmospheric conditions are all tools I use to manipulate my photographs. I aim to create images that speak to the feeling of an experience rather than the documentation of it. By utilizing these tools I can come closer to visually representation something that is intangible.

How do you choose the place where you shoot? which features should it have?
I chose the locations I shoot for many different reasons. Often I stumble across the location while I am wondering the streets and notice a feature that is striking, like the way the light illuminates a building, exaggerating its facade and exuding power over the pedestrians. Other times I have an idea for an image and I need to find a location that speaks to my concept. As part of my practice I spend hours walking the surface of the city, experience the place and feeling, the energy of the street.  It is during this time that I generate a lot the concepts for my work and find shooting locations. I carry a sketchbook for notes and an iPhone to take snapshots of people, places, or things that pique my interest.  Then in my studio I solidify my ideas, plan the shoot, and then return to the street to shoot the final image.

How important are the colors, the lines, the shadows for you?
These elements are important components in the work. I use them as tools to manipulate the environment around me. Recently I have been thinking a lot about line and how I can use light and shadow as a means of mark making. By choosing to photograph at very specific times of the day or from specific angles I can manipulate the way in which that space is perceived. This act of mark making is something that I have been thinking a lot about recently.

How do you express through your pictures the feelings of the characters?
The characters in my images don’t have feelings, but I hope the image evokes a mood or feeling for the viewer. My images are based on my personal experience of living in the urban environment. In a way, I see people in my photographs as stand-ins for myself. I use light, color, and atmospheric elements to help convey the feeling that a specific experience evoked, for instance the way it felt to have your groceries spill all over the street and feel as if there is a spotlight on you; or the way it feels to emerge out of the subway and feel disorientated; or the way in which the city melts away into a fog as you listen to your headphones, oblivious to what is going on around you. It is these mundane yet poignant experiences of everyday that I try to express in my work.

Which is your favorite picture from city space and why?
Choosing a favorite image is very difficult. If I had to choose one, I would have to say it would be the image Spilt Milk. Mainly because it was the photograph that set the tone and direction of the whole City Space series. Once I made Spilt Milk I understood moving forward what  direction the project needed to go in. So it would be my favorite image because of what it represents for me, a breakthrough in the work.

Split Milk From the series City Space - Clarissa Bonet

Split Milk From the series City Space – Clarissa Bonet

Final question, what are you working on now and what are your plans for the future?
Over the five years I’ve lived in Chicago, my interests and perception of the urban space have shifted. I see this project continuing for quite some time, and I think it will be interesting to see how it changes over time. I have also been working on another body of work that images the city at night. I’m interested in the way our perception of buildings shifts from day to night. During the day a building is solid and often seen as a whole and not the sum of its parts—like the hundreds or thousands of people that operate with in its walls. But the shift from day to night reveals the presence of those inside by the light emanating through the window, in a way creating a kind of cosmos on earth.

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