Le peintre plasticien | Gaël Davrinche

La pittura è ancora un complesso mezzo di ricerca a cui affidare un forte potere evocativo. La sua morte, annunciata diverse volte, non deve aver fatto desistere Gaël Davrinche da un intento creativo originale. Artista di spicco nel panorama dell’arte contemporanea francese e internazionale, espone i suoi lavori in tutto il mondo, rivendicando l’appartenenza ad una tradizione pittorica figurativa. L’interesse per le cose concrete, i temi importanti e le storie, ci restituisce al genuino godimento estetico, spronandoci alla formulazione di quesiti squisitamente narrativi.

Artista eclettico, Gaël Davrinche padroneggia differenti cifre stilistiche riuscendo a passare dagli eleganti ritratti fotografici, attraverso le ironiche rivisitazioni, sino alla ferocia espressionista.

Gli sguardi persi nel tempo sono il leitmotiv dei suoi ritratti iperrealisti. Donne e uomini fieri, composti, rivelano il rinnovato interesse per l’umanità. L’individuo e il suo ruolo, il suo atteggiamento, si figurano e si sintetizzano negli attributi solo apparentemente incongrui, ma che hanno la funzione simbolica di illuminare l’attività del personaggio, il suo rapporto con il mondo e con gli altri, le aspirazioni e le contraddizioni. Così i ritratti sono disseminati da oggetti che esprimono la dualità tra essere e apparire.

L’interpretazione dell’uomo in Baby doll così prende una strana piega. La bambola smembrata vuole essere un copricapo, forse incorniciarne il volto, ma il significato resta oscuro, incomprensibile.

È facile cogliere dell’ironia in questa celebrazione della dignità che resta sospesa tra sarcasmo e serietà. Una serie di dipinti di grande formato che mostrano l’incarnazione dell’arte classica e del Rinascimento al punto da rievocare Ragazza con ermellino di Leonardo da Vinci, per esempio, o L’uomo in turbante di Jan Van Eyck.

Una relazione, quella con i grandi maestri, che lo accompagna nella serie delle Rivisitazioni, omaggio giocoso del passato appartenente alla prima carriera, che consiste nell’appropriazione e nel missaggio di opere celebri attraverso gli occhi giocosi e arguti di un bambino. Balza agli occhi l’armonica composizione di due opere divise dal tempo, Fontaine, in cui l’artista capovolge l’orinatoio di Duchamp sul capo della Gioconda, racchiudendo in questo gesto il lungo periodo artistico che divide i due artisti. La deturpazione del celebre sorriso, allargato in una macchia di colore, è il gesto -forse infantile- che tra istintività ed erudizione prova ad incanalarsi nella ormai celebre rappresentazione dell’ambiguità.

È quindi sulla persona che Davrinche concentra la sua ricerca. Nei suoi ritratti espressionisti, la ferocia delle pennellate tende a dissolvere le forme e renderle quasi mentali, come in tutta la serie Kalashnikov.

I fondi sono parte dell’opera e sembrano essere i territori iniziali da cui generare soggetti di fragilissima sensibilità. La serie di fiori che sembra lottare contro il tempo: tulipani, anemoni, gigli, appaiono nell’ultima fase della loro vita appena prima della caduta dei petali. La pioggia nera sul fondo grava su queste allegorie del tempo che passa, delle vanità che incoraggiano a vivere il presente con intensità fino allo svanire della bellezza. Mementomori è la struggente dedica all’impermanenza di tutte le cose. Lo sguardo fiducioso e ingenuo del bambino è sostituito infine dalla consapevolezza dell’adulto, che invoca il rispetto dell’ambiente, e la responsabilità dell’uomo sul valore del tempo.

Alle espressioni concettuali, Davrinche oppone una reazione restaurativa volta al recupero della pittura e dei valori formali tradizionali. Ma è interessante notare anche come, nelle sue opere, il figurativo non escluda il concettuale. La complessa natura della sua indagine giustifica così sia i grumi materici e i gesti violenti, sia il realismo fotografico e la grazia delle pennellate.