Le composizioni di Kristian Sturi hanno la forza delle opere che creano un immaginario. Nei suoi lavori la materia prende forma secondo leggi differenti da quelle ordinarie. Colori e qualità dei materiali svolgono la propria funzione in maniera perfettamente congruente, ma distante da ogni consuetudine.
Semplici oggetti quotidiani sono messi in relazione e fatti comunicare su piani semantici differenti da quelli del senso comune, oltre lo spettro delle proprie frequenze.
La dissonanza tra l’apparente funzionalità di questi oggetti e l’impossibilità a comprenderne l’utilità, li rende oggetti enigmatici. Enigmi che restano indecifrabili, senza soluzione.
Le opere di Kristian Sturi appaiono come mosse da un tocco divino che le spinge a trascendere se stesse. Questa tensione fa emergere in maniera assolutamente spontanea una sacralità ironica e, paradossalmente, “dissacrante” nei confronti degli oggetti che affollano le nostre esistenze, feticisticamente sacralizzati, mutati da merci a oggetti di culto.
In quanto tensione metafisica, nonostante l’enorme coinvolgimento di forze, la materia delle opere di Kristian Sturi resta immobile e imperturbabile nella propria quiete, oggetto della contesa tra la rigidità del senso del dato e il dinamismo della possibilità dell’alterità.
È la dialettica della semplicità: nonostante l’esiguità di forme e movimento, essa è il risultato di un enorme coinvolgimento di forze, necessarie a mantenere il rigore formale e impedire che elementi eterogenei si introducano nella composizione e ne distruggano il precario equilibrio. Costantemente in lotta con il caos e contro la propria disgregazione, la semplicità acquisisce eloquenza e suggerisce più di quanto venga rappresentato. Solo in questo modo, creando le condizioni per quella che Danto chiamava la “trasfigurazione del banale”,  un semplice oggetto può diventare opera d’arte.

Kristian Sturi, le tue opere sono organizzate secondo un preciso e rigoroso ordine formale. Tuttavia all’interno dei tuoi lavori c’è spazio anche per l’imprevisto e  l’accidentale. Come regoli l’equilibrio tra queste due dimensioni apparentemente inconciliabili?
Non credo esista una differenziazione tra un lavoro regolato da uno studio sistematico e uno dettato dall’improvvisazione poiché entrambi fanno parte di un processo personale di assimilazione della realtà. Si potrebbe pensare che siano esperienze agli antipodi mentre le trovo estremamente compenetranti, dipendenti. Premettendo che non ci si improvvisa improvvisatori, non si può pensare di organizzare tutto il processo creativo senza l’inaspettato. In questo senso lavorare con la ceramica mi ha aiutato a comprendere che, nonostante tutti gli sforzi o le sapienze tecniche legate alla lavorazione, il risultato è indipendente dallo scopo prefissato. È come una tendenza costante a rincorrere il risultato senza mai afferrarlo davvero. D’altro canto se dovessi spiegare che cosa sia l’imprevisto non farei altro che stilare una lista di mansioni quotidiane, dalla preparazione della colazione alla lettura di un libro, dall’andare in bagno al sedersi o passeggiare. Semplicemente perché l’improvvisazione coincide con la vita e le azioni di ogni giorno. Non è sempre qualcosa di estemporaneo ma parte di un progetto calcolato e previsto. In the mood version è il titolo che accompagna i lavori più recenti e faccio proprio riferimento ad una particolare connessione che si crea tra l’improvvisazione e i brani musicali da “studio”. Con questa denominazione si designano le sessioni improvvisate di brani preesistenti, in particolare quelli eseguiti al pianoforte e provenienti da un background rock’n’roll, i quali vengono allungati e modificati senza perdere la musicalità di partenza: non è totalmente improvvisato, non è una nuova versione e non è eseguito tradizionalmente. È una sospensione.

Il valore immaginifico dei tuoi lavori sembra emergere più che dalle immagini proposte, dalla relazione che intercorre tra le parti che compongono l’opera.
Sembra chiaro che ogni lavoro è la somma di una serie di singoli espedienti che vengono messi in relazione nella composizione. Spesso accade che certi materiali o particolari oggetti determinino un carico energetico in sovrabbondanza e quindi la tendenza è quella di soffocarli, “sporcarli”, ridicolizzarli. Quello che mi interessa è lo stato precario ma di assoluta intesa tra le parti, anche se potrebbero apparire dissonanti, in cui i singoli elementi sono sempre riconoscibili ma in potenza di acquisire un quid particolare dalla loro correlazione. Poiché “Il tutto è più della somma delle sue parti”.
Un esempio potrebbe essere la legge dei frattali che regola i fenomeni naturali. In natura non esiste la forma geometrica compiuta: vi è una tendenza alla condizione di perfezione ma non per questo la possibilità di raggiungerla. Se viene raggiunta verrà considerata un’anomalia o semplicemente parte di un passaggio da uno stadio ad un altro. Ed è proprio questa transitorietà a favorire l’interesse nei confronti di certi oggetti o materiali, forse perché solo con gli effetti dati della precarietà che si può intuire o suggerire l’idea di immutabilità.

Alcune tue creazioni sembrano oggetti provenienti da mondi alieni. Si ha l’impressione che venga costantemente evocato qualcosa di totalmente estraneo, impossibile da cogliere. Sapresti decifrare quel qualcosa a cui le opere farebbero riferimento o sono anche per te enigmi irrisolvibili?
È come un atto di fede. O ci credi o non ci credi. E se ci credi comunque non conoscerai mai direttamente quello in cui credi. Le opere sono solo delle possibilità, dei dubbi o citando Carmelo Bene « in teologia si danno solo domande, non risposte ». Riesco chiaramente a paragonare certe creazioni ad un processo di distillazione, dove il distillato contiene concentrato al suo interno tutto l’iter necessario ad assaporare quel mondo chiaramente inconoscibile nella sua totalità. In una piccolissima goccia, infatti, è possibile distinguere ogni elemento necessario alla sua creazione per poi proiettare nell’immaginario personale, attraverso la molteplicità dei sensi, i luoghi in cui questo processo è realmente avvenuto, anche se quei luoghi rimarranno oscuri al nostro apparato conoscitivo. Sono appunto questi “non luoghi”, densi di evocazione, esotici e misterici, ad attrarmi e non qualcosa di definito e preciso. È come se questi “vuoti” fossero necessari a focalizzare al meglio i luoghi a cui siamo più legati: forse è semplicemente logico un processo di astrazione per comprendere appieno il mondo circostante ed è proprio lo scarto che si crea tra questi due  universi ad essere il rifugio adatto alla creazione.

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