Eva Kotaktova – Anatomia della gabbia

Esistono gabbie di tutte le forme diceva Mary Poppins nel celeberrimo film del 1964. Non sappiamo se Eva Kotaktova lo abbia mai visto, ma questa massima sembra essere alla base delle opere dell’artista ceca.

La costrizione -costrizione fisica, sociale, architettonica, culturale- esercitata dalla vita nella quotidianità di noi tutti sembra essere il cruccio principale della Kotaktova. Siamo rinchiusi in gabbie individuali e collettive cui siamo talmente assuefatti da non percepirle, di cui siamo talmente bisognosi da costruircele tutte attorno e al nostro interno.

C’è un intreccio perverso tra la ricerca della libertà e la costruzione di alcuni tipi di gabbia. Così come la forma è un’arma a doppio taglio:è necessaria ma pone contemporaneamente il limite. Persino il modo in cui percepiamo il mondo, gli oggetti e le persone che ci circondano, potrebbe essere descritto alla stessa maniera in cui si descrive una gabbia, fosse pure una gabbia intesa come tabella, come classificazione tomografica del reale. Si mettono a nudo quali sono le conseguenze dell’educazione e della cultura come formazione dell’individuo: si dà forma quindi si tagliano via pezzi, si punta allo sviluppo di altri. Può anche essere necessario, ma la necessità non è semplice, la necessità è la materia prima della tragedia. Che fine facciano questi pezzi, la maggior parte delle volte, non è dato sapere, in alcuni casi finiscono invece ammucchiati in sgabuzzini polverosi che si tenta di dimenticare e di camuffare nell’ambiente domestico.

La costrizione geometrica della fisica dei movimenti, movimenti che perdono dinamicità nelle opere di Kotaktova e diventano statici, fissati, limitati come qualsiasi cosa che si affaccia al reale: la direzione dello sguardo è occasione e perdita allo stesso tempo. In queste sottigliezze ci si muove, tra la necessità e la volontà di crearsi gabbie della forma che ci impongono o che più ci aggrada. La costrizione del corpo nella pelle, dei muscoli lungo le ossa, delle vite nei salotti e nelle aule rivela gradazioni di violenza solo allo sguardo prolungato.

Al primo, di sguardo, sembra essere tutto normale, elegante, di un’eleganza geometrica. Tutto sembra andare liscio all’inizio: molte delle situazioni che l’artista ci propone sono tanto familiari da risultare persino rassicuranti (Educational Model, Stories from the living room). Ci si mette un po’ a percepire l’inquietudine che sale dalla bocca dello stomaco, nel notare le gabbie in cui ci dimeniamo confortevolmente ogni giorno, quelle dentro cui ci costruiamo e veniamo costruiti nella nostra identità , nel nostro sguardo al mondo (che pure è un intreccio di gabbie), nel nostro agire costretto.