Un groviglio di mani dalle unghie laccate di rosso si accatastano l’una sull’altra per coprire un membro probabilmente maschile. Non si tratta, però, del celebre ritratto di John Holmes, il re indiscusso dell’appena sdoganato cinema porno negli anni ’70, ricordato per la sua vita sregolata e le eccezionali virtù fisiche. L’autore dello scatto è Ren Hang, emergente, provocatorio fotografo cinese.

Il mercato d’arte degli artisti emergenti asiatici non è mai stato così attivo e fluido. La vita sociale e politica della Cina, ormai in contesa da tempo con gli USA per il primato come potenza economica, è stata significativamente plasmata dagli eventi che hanno coinvolto il paese negli ultimi quaranta anni: la morte di Mao e la conseguente fine della Grande Rivoluzione Culturale nel 1976, l’istituzione della politica del figlio unico nel 1979, le proteste di piazza Tienanmen nel 1989, la crescita economica esponenziale degli anni novanta, l’ammissione all’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001,  i recenti fenomeni di “occidentalizzazione”, ma anche eventi come l’Expo a Shangai e le Olimpiadi a Pechino hanno contribuito a donare al paese l’immagine che se ne percepisce oggi. Al di là degli artisti pionieri, che per primi si sono fatti un nome lavorando e affermandosi all’estero, al giorno d’oggi il mondo dell’arte occidentale mostra sempre più curiosità ed apertura nei confronti di artisti Cinesi, Koreani e del Sud-est asiatico. Basti pensare che nel 2013, alla 55esima Biennale d’Arte di Venezia, l’installazione principale all’interno del padiglione tedesco – quell’anno invertito con quello francese – era una grande installazione di sedie composta da Ai Weiwei, o che un’istituzione come il Palais de Tokyo non ha mancato di affiancare, alla recente esposizione Inside, un percorso parallelo interamente realizzato e incentrato su figure cinesi, Inside China.

Nato nel 1987 a Changchun, capitale della provincia di Jilin, a nord-est della Cina, Ren Hang vive e lavora a Pechino e ha già pubblicato sei libri di fotografia, sfidando – con i suoi scatti principalmente di nudo − la cultura conservatrice di un paese in cui la censura pervade qualsiasi aspetto della vita.

Sebbene la carica erotica e certe costanti, come lo smalto rosso delle modelle in posa, potrebbero richiamare la fotografia di moda di un Guy Bourdin, Ren afferma d’ispirarsi soprattutto alla cultura cinese. Quando si parla della cultura artistica di questo paese, estremamente tradizionale e contemporaneo allo stesso tempo, bisogna tenere a mente che un ruolo fondamentale è stato giocato, al di là delle grafiche di propaganda maoista, dalla produzione di ceramiche  e stampe di valore, che continuano ancora oggi ad influenzare molti artisti cinesi, per esempio nel richiamo di determinate palette o di caratteristici atmosfere e tratti grafici. Il principale artista di riferimento di Ren è tuttavia il regista, fotografo e poeta giapponese Shuji Terayama, figura fervidissima e dalle molteplici influenze, molto attivo negli anni ’70 in Occidente  – dove è conosciuto principalmente per il suo cinema – e allievo di Nobuyoshi Araki, il fotografo del bondage e della fotografia come espressione delle due pulsioni fondamentali dell’uomo: il sesso e la morte. Non meraviglia allora che nel repertorio di Ren Hang compaiano, oltre ai rimandi al sesso, anche diverse poesie, analogamente a Terayama, che inizia giovanissimo a cimentarsi in haïku e tanka.

Scoperto in poco tempo dall’industria della moda, Hang vanta già collaborazioni con diverse riviste cinesi e internazionali tra cui Vice, Dazed, ZUCZUG/ 素然, elsewhere magazine. Ad imporlo però all’attenzione del mondo occidentale sono stati un’intervista con ben 16 pagine dedicate ai suoi lavori sul numero estivo del 2014 di Purple − il Dazed francese – e la solo exhibition Anatomy Of The Image alla Kléber Gallery a Parigi, cui seguiranno una sfilza di esposizioni anche a Hong Kong, New York, Vienna, Atene, Anversa.

Nonostante l’interesse della moda, non c’è nulla di glamour negli scatti di Ren. Tutt’altro che sensuali, i suoi nudi emanano un erotismo soft velato di innocenza: nella maggior parte dei casi Ren ritrae i suoi stessi amici in situazioni realmente accadute, sebbene le immagini sembrino minuziosamente costruite. Avendo iniziato a fotografare corpi svestiti per caso, nella quotidianità tra compagni di stanza e di scuola, la nudità è concepita come condizione preesistente e indipendente dallo scatto.

“My models are all my friends. I haven’t photographed people actually having sex, but my friends trust me to use them as pliable tools. My friends are my collaborators. They trust me to control them and they submit willingly. Through my photos I would like people to have fantasies, to be seduced into conjuring up their personal sexual experiences.”

Ren piega gli amici come fossero burattini, occasionalmente anche sua madre stessa, li pone in scenari improbabili e un po’ surreali, accatasta braccia, fiori, animali. Nel suo immaginario così costruito vi è una malizia spontanea, come quella che si crea quando si è giovani, tra amici e in cerca della bravata un po’ trasgressiva:

“I’d love to have sex with all the models that I’ve shot—the urge to shoot nudity probably originates from my own impulses.”

E in Cina basta davvero poco per scadere nella trasgressione: il lavoro di Ren è spesso soggetto a censura e additato come osceno, eppure questo non lo distoglie dal perseguire l’idea di contribuire, come altri intellettuali, a dare una scossa ai tabù del paese:

“I’m restricted here, but the more I’m limited by my country, the more I want my country to take me in and accept me for who I am and what I do.”

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