John Pfahl – Paesaggi artificiali

Il “landscape”, lo scorcio visivo su di un orizzonte vasto e ricco di elementi godibile da un punto panoramico, sembra essere ancora oggi il più amato tra i generi fotografici. Basta munirsi di un apparecchio col quale ottenere immagini ad una qualità discreta, e andare alla ricerca di un qualsiasi luogo sopraelevato, libero visivamente da ostacoli e coperture, e – se la luce è favorevole – immortalare questo magnifico paesaggio.

Quello che fa la quasi totalità dei fotografi (e ha sempre fatto) sta tutto qui. Arrivare, vedere, fotografare, e passare oltre. Per John Pfahl, fotografo newyorkese, questo non bastava. Chiunque può permettersi di ritrarre un paesaggio e ottenere comunque un buon risultato, proprio perché una veduta panoramica è sufficiente di per sé a colpire lo spettatore. Sarebbe come accompagnarlo in quel preciso punto, con quella precisa luce e quella precisa combinazione di elementi, e l’effetto ottenuto sarebbe identico.

Se invece però il paesaggio viene modificato, le cose cambiano. Ed è qui che entra in gioco la ricerca fotografica di John Pfahl.

Pfahl nasce a New York nel 1939 e cresce a Wanaque, nel New Jersey. Ottiene un Bachelor of Arts nella School of Art e succesivamente un Master of Arts nella School of Communications della Syracuse University. Terminati gli studi, insegnerà in diverse Università: Rochester Institute of Technology, University of New Mexico di Albuquerque, e dal 1986 alla University of Buffalo.

 Contemporaneamente all’insegnamento, nel 1974 esordisce con la serie “Altered Landscapes”, finora la sua raccolta più celebre. In quest’insieme di opere, John Pfahl segna le basi della sua estetica, che porterà avanti, seppur in maniera decisamente meno raffinata, nei successivi trent’anni. La raccolta viene divisa in “East” e “West”, riferito alla costa americana in cui sono state scattate le fotografie; divisione che sceglierà di adottare anche in quasi tutte le sue raccolte successive. Oltre a “East” e “West” vi sono “Wave Theory” (una sequenza di onde numerate per intensità) e “Lightning Series” (il simbolo di un fulmine posto al centro di diversi scenari).

I paesaggi che Pfahl decide di rappresentare in “Altered Landscapes” mostrano sempre una composizione originale, arricchita dagli elementi posizionati sulla scena dal fotografo stesso: corde, sassi, frutta, alluminio, pizzo.

Questi creano ulteriore regolarità e ordine compositivo, altre volte giocano scherzosamente sulla prospettiva dell’osservatore, altre ancora creano forme geometriche correlate (o meno) a ciò che originariamente consisteva nel paesaggio scelto.

Negli anni realizzerà numerose altre serie (tutte visionabili sul sito internet personale di Pfahl, tendenzialmente collocabili nell’ambito paesaggistico – eccezion fatta per qualche macro. In “Power Plants” ritrae delle centrali nucleari accorpandole al paesaggio che le circonda. Pfahl spiega che con questa serie vuole mostrare il desiderio di controllo e di supremazia sul pianeta insiti nell’essere umano, arrivato con gli anni a plasmare ciò che la Terra offre per trarne benefici. Alterare, quindi, il paesaggio: proprio come John Pfahl, ma a differenza di quest’ultimo causando danni permanenti e irreversibili all’ecosistema.

Un’altra serie degna di nota è “Picture Windows”, una raccolta di scatti realizzati dietro a delle finestre dislocate per tutta l’America. Pfahl definisce queste vedute a scacchi come predeterminate da qualcun altro: una enorme fotocamera sempre puntata sullo stesso punto, in attesa che qualcuno arrivi ad ammirarlo.

In “Piles” immortala una serie di colline artificiali trovate nelle discariche attorno a Buffalo, paragonandosi ad Ansel Adams e alle sue amate Sierras.

L’unico libro che pubblicherà sarà dedicato alla serie “Extreme Horticolture” (2003), una collezione di scatti effettuati in tutto il mondo durante i suoi viaggi, raffiguranti piantagioni inusuali, spropositatamente grandi o curate in modo maniacale.

Il suo intento è sempre stato quindi quello di far riflettere lo spettatore di fronte a quello che a prima vista potrebbe sembrare un banale paesaggio. Non sempre è sufficiente scattare un’istantanea di quello che abbiamo davanti agli occhi per ottenere un’opera d’arte, bensì è necessario contaminarlo, in maniera diretta o indiretta. Rendere   visibile il passaggio, l’intervento creativo dell’artista, per ottenere ogni volta un qualcosa di nuovo, unico e irripetibile.