Nel suo Tractatus Logico-Philosophicus, scriveva Ludwig Wittgenstein “su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere”, asserzione quanto mai paradossale specie se associata a una contemporaneità che, come suggerisce Umberto Eco parafrasando lo stesso Wittgenstein, si potrebbe delineare con “ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve parlare moltissimo d’altro”.
Esistono quindi sia un’estetica del rumore, dove non c’è la necessità di selezionare messaggi interessanti poiché l’insieme è inclusivo del tutto, sia di contro la bellezza del silenzio, che consiste nell’ attenta cernita di un qualcosina nel mezzo di un indistinto qualsivoglia. Lontana dal frastuono, Mariavittoria Sargentini racconta, attraverso Marvielab, un suo modo di fare moda che non lascia spazio che al progetto sull’abito nella sua totale onestà.

Nel cuore del Marais, in concomitanza con la settimana della moda parigina, presenta U/U/U, Unconstrained Unisex Uniform, collezione che indaga il tema dell’uniforme nelle sue molteplici varianti a partire dalla collaborazione con 12 studenti selezionati dal corso in design della moda dell’università IUAV di Venezia dei quali, Mariavittoria, è docente di progettazione. Seppure molteplici, i riferimenti che compongono il macro moodboard quali i ritratti fotografici di August Sander piuttosto che gli scatti di Doisneau, sono accomunati da un’idea di passato mai nostalgica, ma che guarda alla concretezza di un certo tipo di vita quotidiana come incipit da cui partire per ridefinire la silhouette contemporanea, in un parallelismo quasi, che ricorda la prassi progettuale di Yamamoto (cfr. Appunti di viaggio su moda e città, Wim Wenders, 1989).

Ecco che la rielaborazione degli abiti da lavoro e delle divise scolastiche, per loro natura di forte matrice funzionalista, se vogliamo quindi contro moda, restituisce una cifra stilistica che non vede il futuro in termini di unheimlich, ma composto di quelle forme che appartengono alla memoria collettiva.

L’attitudine pragmatica di Marvielab, ridefinisce il progetto di moda alla radice attraverso la semplificazione della modellistica, in quella che si potrebbe eleggere semiotica del cartamodello: l’eliminazione delle pince e la sintesi delle cuciture, riportano di ogni capo il suo archetipo, legato sì alla corporeità, ma che mantiene una sua autonomia, pensato oggi ma atemporale, semplice ma non semplicistico.
Un minimalismo, questo della sintesi ragionata, che viene espresso con savoir faire mai forzato anche nella scelta della palette cromatica, articolata sul dialogo garbato tra il bianco polvere e il blu-nero.

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