L’epilogo di una storia è il momento dei bilanci: possiamo tirare le somme numeri alla mano, o concederci a quell’attimo di nostalgia che segue alla parola FINE dopo che, ad esempio, un libro ci ha particolarmente appassionato.
Questa storia è, nello specifico, quella di Raf Simons chez Christian Dior, ovvero del “c’era una volta nell’aprile 2012”, e c’è oggi “It is after careful and long consideration that I have decided to leave my position as creative director of Christian Dior’s women’s collection”; insomma, Simons lascia la direzione artistica delle collezioni donna della maison Dior, ed io, poco incline alle disquisizioni sui mercati e l’economia, nel mio momento nostalgico ci salto a piè pari.
Tre anni e poco più fatti di tanti capitoli: un documentario, Dior & I di Frédéric Tcheng, che racconta la genesi della collezione Fall 2012 Couture realizzata nel tempo record di 8 settimane, gli abiti rigorosi e strutturati chiusi da lacci che ricordavano il mondo del football della collezione Fall 2014, i plissé hi-tech e le catsuit multicolor della collezione Spring 2015 Couture, la collezione Resort 2016 presentata nella singolare location del Palais Bulles di proprietà di Pierre Cardin. Tanti i tasselli di questo percorso che, su sviluppo diacronico, spiegano come ad oggi, in un frangente in cui le eredità ingombranti e i passaggi di testimone sono all’ordine del giorno nel business della Moda, sia possibile riscrivere l’enunciato riordinando i sintagmi con intelligenza.

Non è possibile scindere l’identità di un brand dal suo storico, e in questo senso ogni progetto legato al marchio ha come fondamento un intervento conservativo, ma così come la prassi del curatore contemporaneo vuole ridefinire la percezione che abbiamo di un’opera attivandone nuove logiche di senso, così Simons ha scelto di guardare al passato in termini di know how più che di tradizione, essendo, la pratica del saper fare, più affine alla disciplina della Moda che per sua natura è orientata al continuo rinnovamento.

Esteta del minimalismo ricercato (messo a punto anche nei 7 anni di sodalizio con Jil Sander), conclude le “few pages of this magnificent book” così, come egli stesso definisce il suo breve percorso all’interno di Dior, per dedicarsi unicamente al proprio brand menswear, dopo aver insegnato che non basta citare il New Look (del 1947) per poter parlare del New Dior.

Io comunque, ti ricordo così:
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