La celebrazione della bellezza nonostante la malattia e i traumi fisici è lo scopo del progetto fotografico Salty girls: the women of Cystic Fibrosis del canadese Ian Pettigrew, il quale ha immortalato alcune donne affette da fibrosi cistica, fotografando  le cicatrici che deturpano i loro corpi e cercando, al contrario, di valorizzarne la semplice e straordinaria femminilità, in contrasto con i dettami di una società in cui il concetto di “bellezza” coincide sempre di più con quello di perfezione estetica.

La fibrosi cistica è una malattia genetica e fatale, per la quale non è ancora stata trovata cura alcuna, che causa l’accumulo di muco denso e viscoso e l’ostruzione dei dotti di alcuni organi corporei, principalmente polmoni e pancreas. In questa condizione, la proteina CFTR che funziona da canale per il Cloruro è difettosa: ne consegue un aumento della concentrazione di cloruro di sodio, ossia di sale, nel sudore. È da questa alterazione che deriva il nome del progetto fotografico di Ian, “Salty girls”, ossia ragazze dalla pelle estremamente “salata”. Sessanta donne, di età compresa tra i 20 e i 40 anni, sfidano ogni sterotipo dell’immagine del corpo femminile mostrando, senza imbarazzo e con estremo coraggio e resilienza,  le lesioni causate da innumerevoli operazioni chirurgiche, trapianti polmonari, inserzione di drenaggi ed altre procedure invasive. Posano in outfit casual, costume da bagno, o nude, dando prova di una sensualità che non è possibile scalfire neanche da una condizione patologica.

Il canadese Ian Pettigrew, a cui è stata diagnosticata la fibrosi cistica all’età di 38 anni, stava lavorando ad un altro progetto fotografico, Just breathe: Cystic fibrosis, quando si è accorto che gran parte dei suoi ritratti era raffigurante donne giovani e belle. Da qui l’evoluzione logica dal suo primo lavoro, e la nascita di Salty girls, che ha portato Pettigrew a girare per Stati Uniti e Canada alla ricerca di potenziali modelle, promuovendo il progetto attraverso social network, blog e chat rooms ed ottenendo un numero inaspettato di adesioni:

“Stavo lavorando a Just Breathe, quando vidi le foto di Bethany Townsend, che soffre del morbo di Crohn, e di un’altra modella affetta da vitiligine intervistata da Tyra Banks, e pensai  – È il momento di parlare della Fibrosi Cistica, mortale ma invisibile. Con questo libro, non lo sarà più.-”

L’obiettivo di Ian è far riacquistare alle donne affette il potere sul proprio corpo e la consapevolezza della propria imprescindibile sensualità, e nondimeno quello di sensibilizzare il pubblico e la ricerca al fine di trovare una possibile cura a questa patologia.

“Purtroppo l’idea che esistano dei corpi di cui vergognarsi è lontana dall’essere estinta –  ha spiegato Pettigrew  – Questo progetto ha il desiderio di restituire quella forza e quell’orgoglio innato nelle donne. Spero sia un modo per riuscire ad alleggerirle dalle proprie frustrazioni, per riprendere la propria fierezza e non vergognarsi o imbarazzarsi del proprio corpo. Queste donne possono essere di esempio per tutte le altre”.

Continua:

“Le modelle erano molto eccitate all’idea di un progetto che finalmente si focalizzasse sui loro problemi specifici. Queste donne si sono coperte per tutta la vita, adesso chiediamo loro di mostrare al mondo le cicatrici che hanno da sempre tenuto nascoste.”

Oltre al forte impatto sociale e mediatico, il progetto ha chiaramente riscontrato i suoi più forti effetti sulle modelle stesse. Una di esse, in forma anonima, ha infine dichiarato:

“Mi è servito moltissimo coraggio per posare per Salty girls. Quando guardo il mio corpo, tutto ciò che vedo sono le cicatrici: quelle dall’ileo da meconio,  dai trapianti; quelle dovute ai drenaggi, ai vari tubi nel torace, ai picc-lines, fino alle ferite da autolesionismo. Paragonavo ogni singola parte del mio corpo con quelle delle altre donne. Ciò mi ha condotto ad enormi disturbi dell’immagine. Nel peggiore dei casi, ciò porta alla depressione. Sono cresciuta, però, prendendomi in giro per la cicatrice sul mio stomaco, dovuta al primo dei tanti interventi chirurgici a cui sono stata sottoposta quando avevo poco meno di un anno. Il mio corpo potrà essere leso dai traumi fisici che ho subito a causa della Fibrosi cistica, ma non definirà mai me come persona. Definirà invece le mie esperienze, e come esse hanno modificato la prospettiva su me stessa e su tante donne che lottano contro questa feroce malattia. La mia cicatrice racconta la storia di un trionfo su ogni ostacolo. Riesco ancora a sentire il mio spirito che brucia: ciò è abbastanza da farmi andare avanti.”

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