Vetements – Quando il progetto di moda diventa lo-fi

Lo-fi, contrazione del termine inglese low fidelity, è indice della restituzione di un’opera, di qualsivoglia natura, in bassa fedeltà, ovvero con scarsa definizione: in ambito musicale ad esempio, parliamo di lo-fi in presenza di una registrazione rovinata, sporca rispetto ad un certo standard di qualità formale; per quanto concerne la fotografia, quando l’immagine è sfocata, casuale… quell’attitudine negli scatti di Mark Borthwick.

Lo-fi dunque non è propriamente una teoria estetica, quanto piuttosto un certo approccio alla pratica progettuale che concretizza l’idea nell’immediatezza del gesto in presa diretta, quindi senza filtri.

VETEMENTS è tutto questo.
Collettivo Paris based, composto da sette membri dei quali il designer Demna Gvasalia, ex collaboratore della Maison Martin Margiela, è portavoce, Vetements – letteralmente vestiti, abbigliamento – definisce il proprio punto di vista sulla moda contemporanea epurando il sistema dalle metanarrazioni sull’abito, ma che proprio sulle caratteristiche materiali di quest’ultimo, anzi, si fonda.

“We work with clothes and about clothes.”

Le aspettative dunque su ciò da cui la genesi di una collezione dovrebbe costruirsi, vengono messe in discussione da un manifesto non esplicito ma palese che adopera gli elementi del vestiario quasi fossero ready made di matrice dadaista: se il concetto di “già fatto”, in ambito artistico, categorizza un oggetto di uso comune isolato dal suo contesto funzionale che assurge ad opera d’arte una volta rifunzionalizzato dall’artista, allo stesso modo l’intervento di Vetements sugli oggetti della Moda non solo riflette in modo critico a proposito della distinzione tra status Alto e Basso, ma ironizza su quelle pratiche di post produzione e citazionismo che per assecondare il sistema nel suo “eterno ritorno del nuovo” i fashion designer hanno fatto proprie. L’ultima collezione, presentata a Parigi negli interni di un ristorante cinese nel cuore di Belleville (a proposito di detournement), restituisce nella successione degli outfit, quel sapore “do it yourself” del collage artistico: alterate, le proporzioni dei singoli capi dialogano tra loro rispettando il canovaccio, più che copione, che la stylist Lotta Volkova ha ideato.
Decostruzione, ricostruzione e detournement sono le chiavi di lettura del brand, che è riuscito ad affermare il proprio punto di vista con solamente tre collezioni all’attivo in un panorama che, a detta dello stesso Demna (recentemente nominato nuovo direttore creativo di Balenciaga), si relaziona nei confronti dei giovani talenti con un certo ostracismo.