Marco Gallotta è un artista italiano che vive a New York. Le sue opere hanno un fascino particolare. Marco taglia, assembla e sovrappone immagini in un continuo gioco di pieni e di vuoti. Questa intervista mira a esplorare il suo mondo di reticoli e intarsi.

Marco il tuo è un percorso fuori dal comune. A 18 anni lasci la tua città, Battipaglia (Salerno), e ti trasferisci in Trentino per vivere a contatto con la natura facendo la guida alpina. Poi cambi registro, vai a Londra e in giro per l’Europa, infine approdi a New York.
Che importanza ha avuto nella ricerca artistica del tuo stile l’essere stato in contatto con culture così diverse?
La scelta di lasciare la mia città è stata perlopiù per un desiderio di avventura. Ho sempre avuto in me il desiderio di conoscere nuove cose, di scoprire nuovi posti ed essere a contatto con culture diverse dalla mia.
Ogni tappa nella mia vita è stata fondamentale nella mia crescita artistica.
In Trentino ho avuto modo di vivere a stretto contatto con la natura, che ancora oggi è un elemento spesso presente nei miei lavori. La mia arte riflette la natura in tutte le sue forme e i miei intagli traggono ispirazione da acqua, vento e fuoco.
Londra e New York, con le loro realtà multietniche e multiculturali, hanno anche avuto un ruolo importantissimo nella mia carriera.
Quando sono approdato a Londra erano gli anni ’90. Ho cominciato a frequentare degli artisti, perlopiù scrittori, ed ho scoperto un mondo nuovo. L’energia era incredibile, l’arte era ovunque e in forme diverse. A Londra ho ripreso a disegnare dopo una breve pausa. I miei soggetti non erano più i paesaggi del Trentino ma il caos della metropoli con tutte le sue anime che correvano veloci. Durante il mio periodo londinese, vendevo giocattoli per strada ed ero a contatto con il popolo di strada.
I volti degli artisti di strada e dei barboni, con i segni di una vita dura tracciati sulla loro pelle, furono i soggetti dei miei primi disegni.
New York è stata, ed è ancora, una delle mie più grandi fonti di ispirazione. New York è un assortito microcosmo di sottostrati urbani in cui la creatività dei così eterogenei movimenti culturali riesce a stimolare processi mentali unici.
Le emozioni che provo guardando ciò che accade ogni giorno, le sue persone e la sua architettura suggestiva, si riflettono nelle mie opere.  

I tuoi ritratti sono forse la migliore espressione di un’immagine del Sé che non si completa mai. La tua è un’operazione di sottrazione e sovrapposizione che crea sguardi e lineamenti del tutto inaspettati. Qual è il momento più importante per la realizzazione delle tue opere e dei ritratti in particolare?
Il corpo umano, e i volti in particolare, sono una delle cose che più mi affascina e da cui traggo ispirazione. Il momento più importante nel mio processo artistico è l’esecuzione.
Non parto da schemi fissi e spesso l’opera si evolve nel momento stesso in cui la sto creando. Questo mi dà modo di essere fluido, spontaneo e libero da idee prestabilite.
I diversi strati nei miei lavori rappresentano un qualcosa che va oltre la mera apparenza. Ogni persona contiene nascosto dentro di sé un qualcosa di straordinario. I miei meticolosi tagli e la sovrapposizione di immagini sono una metafora per rappresentare l’essere magnifico, l’io interiore nascosto dentro di noi. Nei miei ritratti, in particolare, cerco di far emergere quell’essenza unica che ci caratterizza e ci distingue gli uni dagli altri.

Come ti è venuta l’idea di tagliare e assemblare immagini e materiali diversi?
Quando cominci a creare un’opera hai già una matrice d’intarsio o sono i tagli che di volta in volta ti suggeriscono altri percorsi?
Sono sempre alla ricerca di nuove idee e sperimento costantemente nuove tecniche.
Sin dagli inizi della mia carriera artistica ho lavorato creando forme geometriche rapportate alla figura umana che ne diveniva misura.
Ispirato dal periodo cubista di Picasso, ho iniziato prima a scomporre i miei soggetti in solidi geometrici creando figure e volti stilizzati con angoli spigolosi alternati a curve morbide. Da lì ho poi iniziato a destrutturare i miei lavori intagliandoli con un bisturi. I miei soggetti vengono scomposti attraverso la sovrapposizione di diverse immagini meticolosamente intagliate e rese quasi trasparenti.
Le mie opere sono spontanee e i miei tagli non seguono una matrice o un percorso stabilito. Come con una matita o un pennello, il mio bisturi taglia la carta e i suoi movimenti avvengono spontaneamente a seconda delle mie sensazioni.

A guardare i video sul tuo sito si vede un artista-artigiano che procede alla realizzazione delle sue opere con un processo lento e certosino. In questo mondo sempre più virtuale e connesso, dove tutto si produce e consuma velocemente, come si pone la tua arte che sembra appartenere a un altro tempo?
Non rinnego il digitale e spesso lo utilizzo come un mezzo per ampliare la mia creatività, ma sono un fermo sostenitore dell’approccio artigianale, nonostante possa essere considerato anacronistico nei nostri giorni. Sin da bambino sognavo di lavorare in uno studio tutto mio. Ricordo che tornando da scuola, spesso mi soffermavo dinanzi ad una falegnameria e osservavo i maestri all’opera. Ero affascinato dal vederli intenti nel loro lavoro sui loro grandi banchi, circondati da attrezzi di ogni genere.
Viviamo nell’era dove tutto è riproducibile, compresa l’arte, che come risultato perde la sua autenticità, la sua essenza pura. Credo fortemente che un utilizzo manuale del fare creativo possa far rivivere quell’antica scienza, quasi magica, dell’arte di un tempo.

L’arte non ha confini, è l’artista che porta con sé la sua necessità di creare. Per molti artisti New York sembra essere la terra del qui tutto è possibile, dove anche i sogni più bizzarri prendono vita. Qual è stato il tuo impatto con la Grande Mela?
Vivere a New York aggiunge senza dubbio un valore competitivo al mio processo creativo. Questa città è un incredibile laboratorio vivente, pieno di soggetti che popolano le affollate metropolitane e i suoi diversi quartieri.
New York è una città che riesce a trasmetterti tanto e dove tutto può davvero avverarsi, anche se riuscire a realizzare un sogno non è sempre così semplice.
La vita di un’artista a New York è un’altalena di momenti di grande soddisfazione e al contempo di difficoltà. Vivere d’arte è tremendamente difficoltoso e, in una città competitiva come New York, risulta più complicato ritagliarsi uno spazio, anche piccolo, e fare eco. Quindi la mia sfida è all’ordine del giorno.
Per mia fortuna, credo che la mia tecnica abbia ha già dato i suoi primi soddisfacenti frutti. Ho creato di recente un pezzo per l’attore Will Smith, già in possesso di alcuni miei quadri. Sono stato invitato anche sul suo set cinematografico per discutere la mia tecnica e di un’altra opera creata per lui che gli ho, in quell’occasione, personalmente consegnato. È stata una bellissima esperienza, una di quelle che aiuta a crescere; non mi sento comunque arrivato, perché ci sono sempre nuovi obiettivi e più intriganti tappe da raggiungere.

Will Smith - Marco Gallotta

Will Smith – Marco Gallotta

Per finire, chi è oggi Marco Gallotta?
Marco Gallotta è un artista in controtendenza che crede che la creatività pura vada cercata nell’approccio artigianale.
Un artista che cerca costantemente di crescere a livello personale e professionale.
Un artista che cerca di mandare un messaggio forte attraverso la sua arte.
Un artista che ritiene fondamentale il contributo sociale attraverso la sua arte.
A contraddistinguere e influenzare la mia arte è anche il contributo sociale che ritengo essere fondamentale sia per la mia persona che come artista. Lo scorso anno, ad esempio, ho donato il ricavato della vendita all’asta di una mia opera all’associazione Somaly Mam. Di recente, invece, sono stato ospite di un workshop per i ragazzi del centro culturale di Haiti presso la sede di Miami. È stata un’esperienza molto forte e costruttiva, che mi ha fornito molti spunti d’ispirazione.
Sono dell’idea che l’arte possa trasmettere un messaggio molto forte, a chiunque e ovunque. Per cui intendo proseguire sulla strada del volontariato.

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