Il design e il coraggio di una visione senza confini – Intervista a Chris Bangle
1 di 2

«Bangle è senza dubbio il designer di auto più influente della sua generazione» così scriveva Phil Patton nel 2006 sul New York Times. Bangle ha lavorato per Opel, Fiat e per 17 anni è stato il capo designer del gruppo BMW (incarico che ha lasciato nel 2009).

Oggi Chris Bangle vive in Italia a Borgata Gorrea, Clavesana, in provincia di Cuneo. Qui ha creato il suo villaggio creativo, un luogo speciale dove vive, lavora e ospita giovani designer da tutto il mondo. Leggendo la sua biografia ho avuto la netta impressione di avere a che fare con un anti-designer, una persona che ha sempre dato valore e importanza prima di tutto al rapporto umano, e l’avermi concesso questa intervista ne è la prova.

– Switch on page 2 for English version –

“Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione” (Cesare Pavese, “La luna e i falò”).
Chris, lei da qualche anno vive in Italia, nelle Langhe piemontesi così meravigliosamente descritte nel libro di Pavese. Farsi terra e paese, cosa significa per lei questa frase?
Se con questo intendi “to acquire land and put down roots”, allora sì, suppongo sia più o meno ciò che mia moglie Catherine e io abbiamo provato venendo qui. Non abbiamo mai posseduto una casa prima, ancor meno vigneti e fienili e cose del genere. Ma stavamo cercando la possibilità di essere “noi” dove lo stesso “essere noi” si è inizialmente formato; gli ampi dintorni di Torino e delle Langhe è dove abbiamo trascorso i primi sette anni del nostro matrimonio. Ci è piaciuta molto la Germania, soprattutto Monaco, ma ogni volta che qualcuno ci chiedeva “da dove venite?”, rispondevo sempre: “Catherine è svizzera e io americano, ma “noi” veniamo dall’Italia”, è dove siamo stati forgiati come coppia. Nietzsche diceva “Torino è l’unica città dove io sono possibile”; azzarderei che Clavesana – Borgata Gorrea è il miglior posto per “noi” – Catherine e io – per essere possibili.

Nel suo villaggio creativo, casa-laboratorio, lei ospita e tiene a bottega giovani designer. Qual è la prima cosa che dice loro sulla creatività? È possibile insegnare la ricerca della trasparenza e della leggerezza in un progetto?
I giovani designers hanno molte idee pre-impostate e approcci che preferiscono, proprio come tutti. La conoscenza degli strumenti del design è quello che è stato loro insegnato in quanto “professionisti del design”; io offro loro un tipo di esperienza meno scaltra ma più viscerale. Qui proviamo a confrontare le nostre posizioni e a modellare il processo al “PERCHÉ” di un progetto; alcuni si adattano a queste differenze più facilmente di altri, ovviamente. È un sistema di apprendimento a doppio senso di marcia, di certo. La BMW ha stabilito norme procedurali che fanno sì che il contributo del designer sia previsto in un certo modo e che il progetto soddisfi parametri pre-definiti. Alla CBA (Chris Bangle Associates – ndr) è tutto più fluido e dinamico; in parte per gli inusuali e eterogenei bisogni dei clienti – non mi aspettavo di dover immaginare una casa di riposo per gli anziani in Giappone allo stesso tempo in cui stavamo facendo una bottiglia di cognac e dei robot – ma anche in parte perché è il processo creativo che porta al risultato, non una formula pre-confezionata. I designer sono giovani con un vasto bagaglio di esperienze che leggono come l’immagine da uno spettrometro – e come tali immagini, la parte interessante è quella data dai vuoti e dalle discontinuità. Ho imparato a essere umile e a permettere loro d’insegnarmi molte cose su come il mondo è percepito da chi ha una ventina-trentina d’anni. Allo stesso tempo cerco di propagare energia intorno a me, cosicché l’intera gamma dei contributi abbia senso e aiuti ogni designer e il cliente.

Progettare può essere un’avventura, come uscire dai propri confini e calarsi in un’altra dimensione dove far combaciare ricerca, fantasia e necessità. Dove inizia la sua avventura creativa?
Mi piace fare domande e vedere dove esse portano nella discussione; capovolgere le idee; vedere l’inverso; esaminare l’anti-incarico può insegnarti parecchio sulla natura dell’incarico stesso, che potresti aver preso per dato o per scontato. Provo anche a imparare dalle persone che hanno approcci unici, per vedere dove possano entrare nei miei schemi di pensiero. Nostro figlio Derek è bravo a farmi tirar fuori modi di pensare alternativi, durante i nostri laboratori, e mi ha insegnato alcuni dei suoi trucchi – in particolar modo applicando le lezioni dell’architettura al nostro lavoro di designer. Dall’artista Olafur Eliasson ho imparato quanto del suo lavoro riguardi la “rinegoziazione”, e ho imparato che è un fondamentale mattone per l’innovazione. La nostra costruzione alla Borgata dimostra molte delle opportunità che ho colto per mettere in pratica questa rinegoziazione. Se ci confrontassimo soltanto con una scelta a esclusione “A-o-B” ‒ un bell’albero per fare ombra nel cortile o un garage interrato che non lascia abbastanza spazio al terreno per farci crescere un albero – allora il trucco potrebbe essere quello di perseguire sia A che B… perché compaiono meravigliose C e D così facendo. Ma devi mettere in dubbio la tua supposizione; cosa è in realtà A e cosa è B? Cos’è per te davvero un albero? Come puoi vedere noi abbiamo riconfigurato il concetto di “albero” in una meravigliosa scultura per tutte le stagioni, che sorprendentemente fa rimbalzare luce colorata anche nella cucina… e lascia spazio per il garage.

Spesso diciamo è un oggetto senza tempo per indicare qualcosa la cui bellezza travalica la semplice moda del momento. Cos’è per lei la bellezza? Esiste un oggetto di design che per lei rappresenta il perfetto canone di bellezza?
Questa domanda compare spesso nelle discussioni sul design di automobili; quale macchina era più bella, ecc. Ho sempre pensato che un termine tanto derivante dall’esperienza umana come la bellezza debba essere trattata per segmenti, non in generalizzazioni onnicomprensive che alla fine non significano nulla. Bisognerebbe separare il consciamente costruito – il design di un’automobile o un quadro – dalla coincidenza straordinaria – un tramonto o un panorama – così come bisognerebbe stare attenti a non confondere tutte le tipologie di bellezza che esistono nella loro perfezione come indipendenti l’una dall’altra. Si può veramente confrontare la vigorosa bellezza esotica di una donna con quella fragile e innocente di un’altra? È difficilissimo con donne e macchine, e probabilmente anche con tutto il resto. Mi piace assaporare ogni stile di macchina, nessuna categoria esclusa. La “bellezza tragica” è una delle mie preferite; la trovo spesso nel design di carrozzeria degli anni ’30, che rifiuta di lasciarmi partecipare se non come osservatore. È un tipo di bellezza in un mondo creativo che esiste dall’altro lato dello specchio, a me negato per sempre.

Anche Derek mi ha insegnato che gli architetti non guardano solo al canone, ma pure al canonico; quelle rappresentazioni che non sono esempi perfetti, ma che tuttavia furono “prototipi” critici che lanciarono un cambiamento nel nostro modo di pensare e che permisero ad un canone di emergere. Lo stesso vale per la bellezza; non credo che la BMW E-60 Serie 5 sia di per sé un canone di bellezza, ma è canonica per il nostro cambio di gusto rispetto alla “superficie negativa”.

Inoltre credo che ci siano indizi che indichino come alcune funzioni biologiche e leggi della fisica lavorino dietro il piacere di un costrutto visuale (che può appunto essere concepito come “bellezza”) e mi diverto a cercare loro esempi al lavoro (noterete la spirale logaritmica nel logo della nostra compagnia).

La scultura, più della pittura, mette a dura prova un artista che deve combattere con la forza della materia per ascoltarla e farsi ascoltare. Per lei cosa rappresenta – e come avviene – il contatto tra queste due forze, la materia e il pensiero dell’artista?
Che bel modo di esprimerlo, “ascoltarla e farsi ascoltare”. Grazie, lo terrò a mente. Quando (riferendosi alla scultura) si pone questa domanda a qualcuno, in genere quest’ultimo trova utile tirare fuori la citazione dell’ “estrarre la forma dall’interno”, o l’assioma che uno dovrebbe “rimuovere tutto ciò che è estraneo finché non c’è più niente da rimuovere”. Entrambi suonano bene, ma non sono così utili quando sei di fronte a un pezzo di marmo, terrorizzato di fare il primo taglio. Ma l’artista non è da solo.

Credo fortemente nel “parlare” all’oggetto in creazione e al dargli modo di esprimersi nella tua testa; può essere il modo in cui le Muse entrano nei tuoi pensieri per cominciare. Nella serie di cartoni animati che ho scritto e disegnato ‒ Arky Arch Adventures ‒ il ruolo della Musa è quello di un mediatore tra il mondo di Arky (e quello delle “cose” che camminano/parlano con lui), quello del “c’è già” e il nostro mondo del “divenire”. Grazie alle Muse siamo capaci di fare povere copie di loro ‒ quando facciamo uno sbattiuova non cammina in giro e non dà risposte brillanti ‒ e congratularci della nostra originalità.

Sebbene io abbia affermato che non si è da soli nello sforzo creativo, è anche vero che non è una lotta equa; l’affermazione dell’artista potrebbe prevalere nella fisicità della scultura, ma la Musa avrà sempre l’ultima parola nella sua testa, assillandolo con dubbi e incertezze sul “cosa avrebbe potuto essere” (e il sottinteso “se solo mi avessi ascoltato!”).

Il design può essere “arte” ma un designer non è sempre “artista” ‒ e certamente non lo è nel momento in cui qualcun altro dice quando iniziare e finire in un progetto. Gli artisti lo fanno per loro stessi. Quando il processo è ben fatto i designer esistono per il prodotto, non il contrario. In maniera molto concreta, non “creiamo” ciò che progettiamo; è ciò che progettiamo che viene al mondo attraverso noi. Per permettere a questa sorta di magia di accadere occorre entrare in un dialogo in cui tenere entrambe le orecchie bene aperte.

Chi è oggi Chris Bangle?
Nel nostro studio, marchiato sulle scale come promemoria, c’è questa citazione da Walt Kelly: “Va probabilmente bene essere qualsiasi cosa che non puoi essere quando scopri che non puoi essere tutto ciò che sei.” Trovo mi descriva abbastanza bene; un insieme composito di ciò che rappresento per delle persone ‒ “famoso/famigerato direttore designer della BMW”, “artista”, “inventore”, “futurista”, “filosofo del design automobilistico”, ecc. Per la gente di qui sono “il signore delle panchine”…il tipo con le panchine grandi (qui mandiamo avanti un progetto di beneficenza basato su panchine da parco giganti). Se sommi queste cose e ci metti dentro anche “marito”, “padre” e tutti quei termini e aggettivi di cui cerco di essere all’altezza, diventa presto chiaro che non posso coprire appieno l’immagine che si cerca di dipingere di me. Forse posso essere una parte di quelle realtà ma, come dice Kelly, ho realizzato che non sono mai tutto ciò che “sono”. E quindi forse adesso sono libero di essere qualsiasi cosa che non posso essere!

Ho iniziato Arky Arch per vedere se potevamo prendere il concetto di architettura che prende vita e applicare il linguaggio gestuale dei car designer a un cartone animato di cose ‒ senza usare occhi, mani guantate a tre dita, scarpe, nastri per i capelli e tutti quei luoghi comuni che i cartoonists hanno usato per anni per dare personalità e carattere alle “cose” intorno a noi. Ho riflettuto sul fatto che se il car design può convincerti che una macchina che hanno creato è davvero una “Jaguar”, completa di grazia felina e quell’atteggiamento rannicchiato pronto a scattare ‒ ma senza un bel nasino, orecchio e coda pelosa ‒ allora potevamo ispirare anche altri artisti a immaginare personaggi dei cartoni senza quel tipo di appiglio. E forse i bambini vedrebbero che c’è davvero “vita” in tutte le cose che ci circondano senza cercare in loro gli occhi ‒ un buon primo passo nel rispettare il lavoro che designer, architetti e ingegneri impiegano per farle. E così il gesto diventerà davvero la nuova superficie.

Mi piacerebbe rendere Arky Arch canonico in sé, ma sono sicuro che qualcuno dirà che creare un personaggio dei cartoni animati “non è quello che Chris Bangle fa”. Forse… fino a ora.

1 di 2