Intervista con i vincitori di Europan 13 – Molfetta “città adattabile”

Artwort incontra il team di architetti che ha vinto, in Italia, la tredicesima edizione di Europan, il più grande concorso a scala europea nel campo dell’architettura, dell’urbanistica e del paesaggio: Nicola Dario Baldassarre, Margherita Valente e Salvatore Dentamaro lavorano a Barcellona; Andrea Salvatore vive e lavora a Roma; Nicoletta Faccitondo e Pasquale Cipri a Bari. Molfetta, a nord di Bari, è l’unica area di progetto italiana a fronte di 49 siti in tutta Europa e un totale di 1300 progetti partecipanti. Il tema portante prevede la riqualificazione del waterfront cittadino in vista di uno scenario di “città adattabile”, come affermano gli organizzatori. Ovvero un’architettura che possa adattarsi alle modificazioni economiche e sociali di un luogo nel breve termine.

Il rapporto delle città con il lungomare. Quali sono le principali criticità di Molfetta quale caso emblematico di città costiera?
Nonostante Molfetta abbia da sempre avuto un legame viscerale con il mare, attualmente la conformazione della città nega questo rapporto; sembra quasi che questo dialogo con la costa sia stato delegato al solo centro storico. Da un lato e dall’altro della città vecchia vi sono due lungomare con utilizzi e problematiche fortemente differenti.
Il litorale di Levante ha una evidente vocazione turistica negata però sia dalla poca permeabilità del tessuto urbano, sia dalla conformazione della costa, attualmente erosa dal mare e inghiottita dall’avanzare della città.
Il litorale di Ponente, invece, ha da sempre avuto una natura commerciale e lavorativa: qui si trovano il porto turistico, i cantieri navali e il porto commerciale; questi, mentre da un lato costituiscono una fonte di ricchezza, culturale ed economica  per la città di Molfetta, dall’altro sono causa di disagi per la fruizione del mare da parte dei cittadini.

Il waterfront, specie nel Sud Italia, non è solo il luogo della sosta: si celebrano feste religiose, si consuma street food e ci si abbronza prima di un bagno in mare. Come si relaziona il vostro progetto a questi usi?
Lo studio di partenza per questo progetto è stato quello di analizzare gli usi attuali del lungomare di Molfetta, per capirne la vocazione e le richieste dei cittadini per una futura riqualificazione. L’idea è quella di restituire alla città il mare in tutte le sue forme possibili, senza negare gli usi odierni, ma stratificandone una fitta rete. Per il lungomare di Levante, attraverso la realizzazione di pontili, piazze, percorsi ciclopedonali, luoghi di ritrovo che potenziano la sua vocazione turistica; per il lungomare di Ponente intervenendo in modo puntuale e ricreando un dialogo della città con il porto e con i cantieri.

Quale peso dareste alla qualità grafica nella valutazione del progetto? Qual è stata la vostra scelta in questo senso?
Sarebbe ipocrita dire che le tavole devono essere valutate a prescindere dalla qualità grafica, ma siamo convinti che questa debba essere secondaria rispetto alla bontà del progetto. In questo caso la suggestione di partenza sono stati alcuni documenti fotografici visti durante il sopralluogo; da questi abbiamo tratto ispirazione per la realizzazione dei fotoinserimenti. Queste fotografie, precedenti agli anni ’70, mostravano una città in cui il lungomare era ancora balneabile e i cantieri ne erano parte integrante.

Avete disegnato una serie di possibili spazi pubblici diversi tra il lungomare di levante e il lungomare di ponente. Quali sono le peculiarità dei luoghi con i quali vi confrontate?
Nella parte Ovest gli abitanti del quartiere ci hanno raccontato che il mare “gli è stato chiuso” dalla costruzione del nuovo porto, ora sotto sequestro. Abbiamo cercato di far diventare i punti di debolezza della zona dei punti di forza: la rimessa per le barche una piscina sul mare, il nuovo porto sotto sequestro una riserva per i fraticelli, le zone abbandonate delle aree sportive. La parte Est invece è naturalmente votata al turismo nonostante sembra che la città abbia deciso di riservarla ad una pista per le auto e a una discarica a cielo aperto. In questo caso si è scelto di progettare un percorso ciclopedonale costeggiato da vasche fitodepurative, una piazza e dei pontili che si protendono verso il mare, e di prevedere la rifunzionalizzazione dell ex colonia.

Nel film di Elio Petri,a ciascuno il suo (1967), il mare siciliano è il luogo di pericoli e segreti inconfessabili. Nelle nostre città si può ancora rendere la costa uno spazio “domestico” e controllato?
Il mare rimarrà sempre fonte di mistero e di pericolo in quanto incontrollabile, come è sempre stato nell’immaginario popolare. Allo stesso tempo è la fonte di bellezza e di vita verso cui si affacciano e naturalmente protendono queste città. Un rapporto che per un periodo non è stato perfettamente compreso da architetti e urbanisti e forse colpevolmente tralasciato. Solo negli ultimi anni si è tornati a discutere del rapporto tra città e costa e tra città e mare, scoprendo che si può avere anche un rapporto continuativo con esso e non occasionale.  Progettare un waterfront è in fondo disegnare un confine tra la terra e il mare.

Come avete affrontato l’aspetto dei costi di realizzazione e quali potrebbero essere, se ci sono, delle strategie di guadagno economico e/o energetico?
È assolutamente necessario oggi pensare alla sostenibilità di un progetto, sia ecologica che economica. È evidente come una compartecipazione privato-pubblico sia oramai indispensabile per realizzare opere importanti e grandi come quella di un intero waterfront, tuttavia è fondamentale che la volontà dei privati non prevarichi sulle esigenze della cittadinanza e che si lavori in sintonia e nel rispetto dei ruoli. Sarebbe bello che il progetto fosse realizzato da maestranze locali, in modo da avere un impatto positivo non solo dal punto di vista urbanistico ma anche sull’economia locale.

Quali punti di forza individuereste nel vostro progetto che vi ha fatto vincere questo riconoscimento internazionale?
L’idea di unificare visivamente con un unico elemento tutta la costa è nata per dare un segno unitario e identificativo al waterfront, un logo che sia spendibile e riconoscibile dalla città. Non un atto puramente formale perché scendendo nel dettaglio questo strumento è stato declinato in numerose varianti a seconda delle funzioni che svolge. Lo stesso elemento può diventare chiringuito, passerella, pontile, ma anche ospitare decorazioni temporanee in occasioni delle festività. Fondamentale per questo è la semplicità della forma, astratta a tal punto da diventare archetipo, non ingombrante visivamente e personalizzabile per qualsiasi altro utilizzo vogliano trovare gli abitanti.