Art for change – intervista a BoaMistura

Boa Mistura è un collettivo multidisciplinare di amici che ha trovato una formula semplice per fare cose complesse. Trasformare le città un quartiere alla volta senza ricorrere agli strumenti dell’architettura o dell’urbanistica, ma armati solo di vernice e pennelli per riqualificarne gli spazi pubblici e attivare nuove relazioni sociali nelle comunità interessate, con un lavoro sempre contestuale e mirato. Dalle favelas brasiliane a Cape Town, ripercorrere le loro tracce significa imbattersi nei sorrisi delle persone che li hanno incontrati: reduci da EXPO e ora in Nicaragua, questa è la cronaca della nostra conversazione con loro.

switch to page 2 for English version

Boa Mistura si riassume in poche parole: 5 amici appassionati di street art, formazioni differenti, un ‘buon mix’ messo al servizio della calle. Come è nata l’idea e quando avete iniziato ad avere consapevolezza che il progetto stesse diventando grande?
Tutto si è sviluppato in modo naturale e spontaneo. In realtà siamo solo cinque amici del quartiere Alameda de Osuna (Madrid), conosciutici dipingendo graffiti piu’ di dieci anni fa. Ognuno ha poi studiato quello che preferiva, senza nessuna pretesa né prospettiva di un futuro comune. Di sicuro poi, quello che era iniziato come un hobby, poco a poco si è iniziato a imporre nelle nostre giornate una dopo l’altra fino ad oggi, che teniamo uno studio in centro a Madrid.
Non avendo mai pianificato nulla, tutti i passi che facciamo sono passi graduali. Quando ci incontravamo nel nostro quartiere nei fine settimana per dipingere, sognavamo di poter vivere di un’attività che tanto ci riempiva, però quasi fosse solo una qualsiasi fantasia giovanile. È stato poi l’impegno costante e il duro lavoro che hanno prodotto dei buoni risultati e ci hanno portato a convertire questo hobby nel nostro modo di vivere. Quindi effettivamente possiamo dire che il motivo per cui ancora oggi esiste Boa Mistura è la costante passione comune di cinque amici.

Nonostante la vostra formazione più visuale che letteraria, la parola e la poesia hanno un ruolo particolare nel vostro lavoro, lo illuminano e connotano immediatamente con un significato preciso: da cosa nascono i concetti e che relazione hanno con il supporto pittorico?
I concetti nascono da quello che vediamo sul posto, da quello che sentiamo e quello che ci racconta. In un certo senso, dalla volontà di spiegarne l’essenza. Le parole ti catturano, da dentro e da fuori. Il loro significato dà valore al lavoro che facciamo e, di conseguenza, la scelta non è casuale. Sono cariche di contenuti, di messaggi. Di solito usiamo parole brevi, ma con una storia lunga. Ci attirano e brillano per il loro contenuto e significato. Giocano tra loro, formano dialoghi concettuali e visivi che le rendono ancora più speciali, invitando a pensare chiunque le veda. A osservarle, leggerle, interiorizzarle e, forse, a sentirle proprie e trasmetterle.

L’anamorfosi e i brevi aforismi poetici sono la vostra firma distintiva, ma è interessante notare come in progetti come Al Karama e Simbiosis abbiate agito per sottrazione, ponendo l’attenzione sul vuoto e lasciando che fossero i muri e le tracce dei passati stratificati a parlare. Come scegliete la modalità di azione e vi confrontate con il contesto nei progetti Crossroad?
Anche se a volte capita di arrivare sul posto con un’idea più o meno chiara, è il contesto e il contatto con la comunità che ci danno l’approvazione finale. Cerchiamo sempre di portare a termine progetti che si integrano con l’intorno, che lo possano abbellire e che ci convivano in armonia. Non ci presentiamo lì con l’arroganza di fare quello che vogliamo, senza tenere in conto tutto ciò che circonda la nostra azione. Al contrario: ogni tratto ha un significato e cerca un dialogo con lo spettatore. Un faccia a faccia che racconta una storia.

Guardando i vostri progetti viene l’impressione che la parte che emerge visibile, come negli iceberg, sia solo una parte del tempo e delle attività coinvolte in ogni progetto: quanto è impegnativa la parte di studio e approccio e come trovate i siti, i fondi e i contatti per ogni nuova azione?
Ogni progetto è diverso e fatto su misura. Si basa su un lavoro preliminare in studio nel quale approcciamo il luogo di intervento e proviamo a scoprire tutto quello che possiamo considerata la distanza. Una volta sul posto ci inzuppiamo completamente in quella realtà e, dalla pelle del luogo e dei suoi abitanti, scopriamo come realizzare il progetto. In Crossroads si tratta di utilizzare l’Arte come uno strumento di cambiamento per comunità deboli, e farlo coinvolgendole direttamente perché siano loro a trasformare la propria. Il nostro lavoro ha la capacità di ispirare le persone e di trasformare i luoghi e, grazie ai messaggi positivi introdotti, può produrre un cambiamento in comunità prima poco coese.

Avete lavorato in realtà degradate in Sudafrica, Brasile, Panama, Cuba, Algeria stabilendo e attivando sempre una rete di relazioni e dinamiche sociali: che il ruolo dell’arte nel XXI secolo sia quello di stabilire relazioni piuttosto che di lasciarsi puramente contemplare?
Sì. Intendiamo l’arte come uno strumento di cambiamento, come qualcosa che possa andare oltre la semplice contemplazione. L’arte partecipata è un buon dinamizzatore sociale perché coinvolge gli abitanti nel cambiamento della loro realtà. In questo modo si appropriano del luogo in cui vivono, nasce un sentimento di identità. Inoltre implica un punto di svolta, perché nasce la domanda che se già qualcosa di così ‘banale’ come la pittura può cambiare o migliorare qualche aspetto della tua vita, come non poter cambiarne altri? Implica un cambio di mentalità.
L’arte può essere un filo connettore di realtà diverse e di avvicinamento di persone. Durante le nostre tappe del progetto Crossroads sono molte le famiglie che ci hanno accolto e le persone delle comunità con cui abbiamo lavorato fianco a fianco. Tra di loro nascono nuovi legami e si rendono conto di come vicini che magari non si parlavano da anni possano lavorare insieme per il miglioramento del loro spazio pubblico. E alla fine, inevitabilmente, festeggiano tutti in un grande momento di condivisione a cui ciascuno contribuisce a modo suo. Un esempio di come l’arte possa mettere in comunicazione le persone, avvicinare realtà distinte e servire come un vero e proprio strumento operativo.

Calvino in Lezioni americane postulava sei concetti per il nuovo millennio, per un mondo contemporaneo rapido e sempre piu’ simultaneo: leggerezza, rapidità, precisione, visibilità, molteplicità e coerenza sono concetti che si applicano perfettamente ai vostri interventi. E se per rivitalizzare alcuni contesti non fosse necessaria l’architettura ma bastasse l’immediatezza di qualche litro di colore? La bellezza può essere la soluzione?
Siamo convinti di sì. È quello che ci spinge avanti giorno dopo giorno!

Il vostro ultimo progetto in Nicaragua sta venendo terminato in questi giorni: quali impegni vi attendono prossimamente? Vivere per dipingere e dipingere per vivere sembra uno stile di vita interessante: Boa Mistura è diventato ormai un lavoro?
Boa Mistura è il nostro lavoro e la nostra passione. Siamo fortunati di poter vivere di quello che amiamo! Kenya, Repubblica Dominicana, Cile, New York sono alcune delle destinazioni che calcheremo l’anno prossimo.