Storie di architettura non ordinarie – Kursaal

Fuori stagione.

Oggi piove, torno domani.

L’estate è finita già da un po’, la spensieratezza delle scarpe slacciate e piene di sabbia se n’è andata, riposta nell’armadio. Il mare resta sempre invece ma, ad Ostia, il trampolino del Kursaal gli dà le spalle mentre guarda come un faro, tutto il litorale costruito.

Attilio Lapadula produce mobili in legno con il padre, nella falegnameria di famiglia. Attilio è fratello di Ernesto, quello che insieme agli architetti Giovanni Guerrini e Mario Romano nel 1937 progetteranno il Palazzo della Civiltà Romana. La loro è famiglia d’arte e d’arte se ne parla molto nello studio vicino piazza del Popolo e nei bar limitrofi. In quei luoghi Attilio immagazzina le forme e le immagini che lo influenzeranno nell’attività professionale e nella varietà di progetti, sia alla grande scala urbanistica che a quella ridotta del design.

Storie di architettura non ordinarie - Kursaal / Foto di Emiliano Zandri
Storie di architettura non ordinarie – Kursaal / Foto di Emiliano Zandri

Era il 1950 quando Attilio ebbe l’incarico di progettare lo stabilimento che doveva rappresentare la modernità, la rinascita dell’Italia del dopoguerra, la quinta di teatro di scenari in bianco e nero, di film italiani di successo, di icone della Dolce Vita degli anni che seguirono.

Un incarico per cui vale doppio la parola affidamento, che include anche un’accezione materna, affettiva, di speranza per tutta l’area. Come quando, qualche anno dopo, sui muri di Valle Giulia, nel pieno delle manifestazioni studentesche del ’68, comparve la scritta “Lapadula salvaci tu“, a testimonianza del benvolere e dell’affetto studentesco quando l’architetto vestiva i panni del professore di Urbanistica.

Ci salvò pensando ad un progetto d’impatto e per alcuni versi innovativo. Ci salvò anche decidendo che la realizzazione fosse affidata alla ditta Nervi-Baitoli che eseguì i lavori della copertura a fungo del ristorante: le immaginava tutte quante lì sotto, le persone, riparate dai conci prefabbricati in calcestruzzo ed i tavoli con la vista sul mare intorno allo spazio circolare della sala. Gli stessi conci usati per la struttura esterna dell’iconico trampolino bianco-amaranto. Un cerchio e una H al suo interno –o una doppia K specchiata a ricordar il nome dello stabilimento– lo innalzano da terra e lo portano su in alto, in un’armonica composizione geometrica, simmetrica e simbolica.

La massima espressione del razionalismo italiano era tempisticamente finita ma, l’E42, progetto per l’EUR a cui Lapadula aveva partecipato appena ventenne, era ancora fresco nella memoria progettuale di quella generazione di giovani architetti. La stessa che poi a “poco meno di trenta, finita la guerra, si affacciò alla professione in quella Roma fertile e stracciona, vitale e gaglioffa, opulenta e disperata che oggi, dopo più di mezzo secolo, ci riappare nell’alone e nella lontananza mitica di un tempo magico e straordinario”, come spiegherebbe Giorgio Muratore, durante una sua lezione all’Università.

Il Kursaal, con la sua forza plastica, diventa oggi un nuovo emblema architettonico degli anni ’50.

Storie di architettura non ordinarie - Kursaal / Foto di Emiliano Zandri
Storie di architettura non ordinarie – Kursaal / Foto di Emiliano Zandri

“Signorina Margherita, signorina Margherita!” urlava Alberto Sordi nel film “Mamma mia che impressione”, girato un anno dopo il completamento dell’opera; Sandra invece viene incoronata lì Miss Sirena 1953 in una sera di fine estate mentre passeggiano sul lungomare i cinque “Vitelloni” del film di Fellini. Poi ci passeranno le protagoniste di “Belle ma Povere” di Dino Risi e qualche anno più avanti anche Anna Magnani. Sempre affollato, con le righe degli ombrelloni che si mischiano a quelle delle magliette.

Storie di architettura non ordinarie - Kursaal / Foto di Emiliano Zandri
Storie di architettura non ordinarie – Kursaal / Foto di Emiliano Zandri

Oggi non piove ma non c’è nessuno allo stabilimento. L’accortezza del “non correre scalzi” non vale in questa stagione, ma cammino comunque cauto lungo il bordo asciutto delle piscine, svuotate dal cloro e dagli schiamazzi dei bambini festosi. Rimangono solo sul fondo le strisce più scure sulle mattonelle quadrate, segno di delimitazione delle corsie.

Nessuno che si muove tra i percorsi disegnati da Lapadula. Nessuno che si cambia o che fa la doccia nelle cabine numerate ed immobili. I lettini sono appoggiati comodi agli ombrelloni chiusi, tranne uno, su cui è seduta una signora: pensavo che la settimana enigmistica uscisse solo d’estate.

Nessuno che sporca la sabbia perfettamente composta ed intatta. Nessuno che si tuffa dalla cima della O, provando l’ennesimo carpiato e generando l’applauso del pubblico non pagante.

Sembra quasi che in autunno la natura si riprenda lo spazio sottratto dall’architettura, dilatato ed eccessivo nel momento della solitudine.

Non c’è nemmeno Mariuccio in spiaggia, col suo solito costume a slip rosso trampolino. Mariuccio è un arzillo anzianotto che d’estate è più giovane di mille ragazzi col fisico costruito al chiuso. Mariuccio racconta le storie e ammalia il litorale, tra uno scambio di racchettoni, uno scherzo e una grattachecca alla frutta. Paga annualmente l’affitto della cabina ma poi preferisce mischiarsi con la folla e condividerne lo spazio della spiaggia libera. Riscuote la simpatia di bagnini e sorveglianti.

Offre una doccia o il melone già tagliato con la stessa disinvoltura. A fine giornata risale in macchina e ritorna nella casa in periferia.

Ora non c’è nessuno ma torneranno tutti.

Siamo solo fuori stagione.