Immergersi nelle opere di Angelo Musco è un’esperienza che non lascia indifferenti. Gli intrecci di corpi catturano lo spettatore per portarlo lì dove tutto è iniziato. Il continuo mutamento delle nudità, ora foreste ora alveari, sussurrano in chi guarda un ancestrale bisogno di appartenenza, quel sentirsi parte della madre terra.

Come spiega lo stesso artista, ogni opera è unica. Ed è con la sua unicità che Angelo Musco ha conquistato il mondo.

“So anche che se fossi rimasto a Napoli chissà cosa avrei fatto di me stesso, forse niente. Napoli è una città che ti ferisce a morte o ti addormenta. Io probabilmente sarei stato tutt’e due le cose: sarei stato uno che dorme tormentato da una ferita.”
(Raffaele La Capria, Ferito a morte).
Lo scrittore partenopeo sa bene che nascere a Napoli è portarsi dentro un mondo fatto di storia, di bellezza e di ferite che spesso non si rimarginano. Sei partito dal caos dai decumani del centro storico di Napoli per approdare all’ossessiva e spigolosa geometria di New York. Credi che le due città abbiano qualcosa che le accomuna? E come hanno influenzato le tue creazioni?
Sono nato e cresciuto a Napoli negli anni ’70 e sono il prodotto della sua storia e delle magie di quel tempo. Una città dove il Neoclassicismo e gli elementi barocchi ti avvolgono semplicemente camminando e respirando i suoi luoghi, la sua storia, le sue architetture urbane e sotteranee. Le mie creazioni sono anche il prodotto di tutto ciò, di tutta questa storia, di tutto questo bagaglio emotivo e culturale, ma non solo.
Il cielo di New York mi ricorda spesso quello napoletano, la luce e l’energia, sarà forse perché entrambe le città sono sul 41° parallelo, chissà.La fase adulta della mia vita si è sviluppata a New York, sono qui dagli anni ’90. Adesso per me New York è casa.
Napoli è dentro di me perché ci sono nato e cresciuto, la mia intera famiglia è tutta lì anche se la mia nuova famiglia e il mio futuro sono qui. Il sole è la chiave, non credi? Le piante vivono bene dappertutto, basta dargli acqua e principalmente il sole, e se al sole ci aggiungi alberi sotto cui ripararsi di tanto in tanto, sei arrivato nel posto giusto.

Le tue opere nascono da un processo meticoloso e complesso. Le nudità sono ordinate, fotografate poi assemblate e duplicate. Quando nasce realmente una tua opera? Segui uno schema che stabilisci fin dall’inizio o la creazione si compone strada facendo?
Assemblate sì, duplicate no.
Per essere chiari: i modelli si ripetono, ma mai nella stessa posizione, cioè non riutilizzo la stessa foto. Negli anni ho costruito un archivio immenso di immagini catalogate in ogni posizione possibile, un archivio che metodicamente cresce considerato il numero annuale di servizi fotografici che realizzo. Ormai possiedo alcuni milioni di immagini strutturate e organizzate in ogni posizione possibile, e tutto è catalogato non solo per posizione, ma per tono di pelle, etnia, sessualità ed età.
È vero, c’è uno schema prestabilito dall’inizio, tutto è ben pianificato prima dei servizi fotografici. Ogni movimento, azione e composizione è organizzato, strutturato e pianificato in studio con il mio staff, con progetti grafici, numero di immagini, foto assegnate agli assistenti e ciò che bisogna fare durante ogni servizio per assicurarsi il numero di immagini che servono a completare il lavoro. Ovviamente accadono imprevisti e spesso sono accolti volentieri; altre volte, invece, se c’è bisogno di ulteriori immagini, bisogna riorganizzare un altro servizio fotografico. Insomma tutto dipende dalla complessità del progetto ma l’immagine finale generalmente esiste già in me, deve solo venire fuori ed essere concretizzata.
L’obiettivo è tentare di riuscire a sviluppare un lavoro il più possibile vicino all’immagine che ho in testa.

Le foreste di corpi formano ora alveari, ora claustrofobici formicai e sembrano un metaforico rimando alla complessità del genere umano. Il continuo serrarsi negli altri e con gli altri per appartenere al tutto e all’infinito. Qual è il rapporto tra finito e infinito nelle tue opere?
Il rapporto non è mai predefinito, ogni lavoro ha una sua storia, una sua relazione con gli elementi che lo circondano e che lo compongono. Il potere di aggregazione, che è la chiave e la struttura di ogni lavoro, pone le basi a ciò che poi diviene il prodotto finale e la storia che viene letta in ogni immagine. È la combinazione di elementi che crea qualcosa di superiore, il risultato dell’aggregazione di elementi individuali. È la collaborazione dei partecipanti con le loro storie, energie e lavoro fisico che determinano la forza e l’intero equilibrio del lavoro. Loro sono i miei tasselli, le loro storie sono il mio infinito.

In uno dei tuoi ultimi lavori (Aves), i corpi sono diventati una piuma, un leggero segno di vita sospeso in un vuoto cosmico. A mio avviso, sembra iniziato un processo di semplificazione della tua espressione artistica. Quale “stanza delle meraviglie” hai deciso di mostrare in quello che a me pare essere l’inizio di una nuova fase creativa?
I primi disegni che ricordo, erano i motoscafi nel golfo di Napoli. Dalle finestre della scuola elementare c’era una veduta bellissima del mare, non avevo idea che ciò che mi divertiva e che disegnavo erano contrabbandieri in fuga sull’acqua inseguiti dai motoscafi della polizia. Questa era la mia Napoli.
Solo oggi mi rendo conto che la mia storia è nata lì, da quei disegni, da quei momenti, lì è dove ho iniziato a scrivere.
Tutto il lavoro è una storia scritta con immagini, pagina dopo pagina, e ogni lavoro ha elementi del precedente e indizi del conseguente futuro.
Tutto è iniziato con l’acqua – simbolo amniotico – come del resto ogni inizio, no?
Ho passato anni lavorando sott’acqua, il risultato e stata la serie di TEHOM.
L’acqua, dopo i numerosi sviluppi, trasformazioni e tentativi di varia natura, si è direzionata in alto, verticalizzando le sue energie in forma di nutrizione. Così, dalle profondità abissali, si è diretta alle radici degli alberi delle foreste infinite di CORTEX.
Il viaggio non si è mai interrotto, ha continuato il suo percorso verso l’alto, e dalle radici l’acqua è salita su nei tronchi fino alle sue estremità, scoprendo sui rami degli alberi tesori preziosi: OVUM, nidi di costruzione complessa e di natura differente.
Ma poi l’attenzione del viaggiatore si è spostata all’interno dei nidi, alla ricerca di memorie e di elementi di ciò che è stato e di ciò che è stato lasciato. È qui che trova AVES.
La storia continua, devi solo continuare a leggere e a seguire questo viaggio con me.

Chi è oggi Angelo Musco?
Mi chiedo se tutti coloro a cui hai fatto questa domanda hanno dato subito una risposta.
No, non mi sono mai posto questa domanda, e quando ci provo le risposte sono sempre varie e differenti, dipende a che punto della giornata o della mia vita sono.
Costruire un’immagine o un personaggio non credo sia utile o reale.
Più che definire Angelo Musco, direi che forse sarebbe ideale descrivere chi vorrebbe essere o che cosa prova incessantemente a essere. Ascoltatore e produttore.
Ogni ispirazione arriva con la sua propria energia e dirige e struttura la propria direzione. Se il medium è la fotografia, allora fotografia sarà; se invece video o istallazione, allora si svilupperà in quel modo. Quando ho iniziato con la fotografia non avevo i mezzi e la conoscenza che ho oggi per poter sviluppare le mie idee, quindi ho dovuto ascoltare e imparare per poi produrre.
Sì, la mia risposta alla tua domanda potrebbe essere questa: ascoltatore e produttore.

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