Il mondo raccontato attraverso i nuovi media / Sarah Janßen

Sarah Janßen è una crossmedia artist tedesca che si muove tra fotografia, video, arte e design. È affascinata dai linguaggi visivi e dall’interazione di questi con l’uomo e con il mondo circostante. Si lascia ispirare dal cinema, dalla natura, dalla vita quotidiana e da dettagli che “gli altri faticherebbero a trovare importanti”. Si concentra nel dare frammenti di narrazione agli spettatori, ma non si definisce una narratrice, piuttosto preferisce fornire impulsi affinché il suo pubblico possa costruirsi una storia. Noi l’abbiamo intervistata per chiederle la sua.

Sei una cross media artist e unisci differenti tecniche multimediali al fine di creare una performance comunicativa, giusto?
Ero interessata ad imparare diverse tecniche per dare forma ad un’idea senza essere limitata solo ad un singolo supporto. Nella mia pratica artistica è stato utile averne diversi e scegliere quello con cui avrei potuto esprimere i miei pensieri e le mie intenzioni al meglio. Anche concettualmente, la combinazione di media differenti, così come per esempio l’utilizzo di arte e design, gioca un ruolo molto importante nei miei lavori.

C’è una forte relazione tra fotografia e film nei tuoi lavori e ne parli in Cinematic Shivers, un video sperimentale in cui interroghi lo spettatore a proposito della differenza tra i due media. Quando finisce la fotografia e inizia il film?
Mentre la fotografia mostra un momento congelato, le immagini che scorrono nella nostra mente non sono necessariamente statiche e magari accade l’opposto con la riminiscenza di un film. Talvolta non ricordiamo un sequenza completa, ma una sola immagine.
Per quanto riguarda le mie immagini in movimento, mi piace l’idea che non possano essere afferrate, che non si possano stringere come una vera e propria fotografia stampata e aggiungendo l’elemento del tempo, queste piccole scene si connettono le une alle altre. Anche se non sembra esserci una logica narrativa il nostro cervello le collega  in modo inevitabile. Con Cinematic Shivers volevo esplorare diversi confini, prima di tutto in senso tecnico lavorando tra fotografia e film, e in secondo luogo volevo analizzare le abitudini visive e provare a scoprire i limiti della nostra percezione. Quanti bit di informazione ho bisogno di dare per ottenere l’attenzione di uno spettatore con una scena?

Sei totalmente immersa nelle tecniche moderne del cinema, ma apprezzi ancora i metodi tradizionali. C’è, ancora oggi, un film che continua ad ispirarti?
Il cinema tradizionale mi ha ispirato tantissimo e trovo affascinanti come gli elementi del nostro linguaggio visivo contemporaneo ancora si riferiscano al cinema degli albori. Mi piacciono i film noir in particolar modo. Mi intriga che, anche se il cinema si sia evoluto così tanto, sprazzi di questo tipo di film possano ancora essere ritrovati piuttosto spesso. Uno che mi affascina in particolare è The Night of the Hunter di Charles Laughton, ha un ottimo utilizzo della luce e contiene parecchie scene ammalianti in cui il messaggio viene trasportato quasi esclusivamente dall’immagine, senza necessità di dialoghi.

Quanto è cambiato il modo in cui gli artisti fanno film, raccontano storie, a causa di tutti questi nuovi sopporti?
Data la presenza di così tanti input visivi intorno a noi, il modo in cui percepiamo i film e le immagini in generale è molto cambiato e ciò ha influenzato il modo in cui i registi raccontano storie, usando montaggi più veloci e innovativi per esempio. Il lavoro in ogni caso è diventato sempre più interdisciplinare e questo consente al pubblico di partecipare di più.
A me non piace consegnare un prodotto totalmente finito, mi sforzo di lasciare spazio per l’interpretazione dello spettatore e credo che i nuovi media offrano tante possibilità per ottenere questo risultato. In Slices of the Manifold, ad esempio, l’osservatore influenza l’aspetto visivo di una proiezione mentre si muove di fronte ad essa. Cambiando posizione lo spettatore può illuminare diverse aree di una foresta, ha la sensazione di camminarci attraverso con una torcia immaginaria e vivere l’esperienza di esplorarla.

Ci sono tre dei tuoi lavori: Sense of Locality, Fleeting Rooms e Slices of Manifold in cui affronti il concetto di spazio in tre modi differenti. Qual è la tua concezione di spazio?
Sì, lo spazio gioca un ruolo importante nel mio lavoro, specialmente in tre serie. Durante la creazione delle fotografie nei progetti Sense of locality e Fleeting Rooms sono stata ispirata da pellicole cinematografiche. Mentre la serie Sense of Locality ha a che fare con lo spazio pubblico e la relazione dell’essere umano rispetto a quest’ultimo, gli altri due progetti esplorano lo spazio in un senso più generale. In Fleeting Rooms ho esplorato la nostra percezione dello spazio di notte, illuminando il buio. L’installazione interattiva Slices of the Manifold rivela invece come fattori esterni influenzano il modo in cui noi vediamo uno spazio.

Qual è il primo aspetto tecnico che noti in un film e qual è il primo aspetto che curi quando invece tu stessa lavori ad un film?
Di sicuro l’uso della luce. Il modo in cui si può usare la luce per creare un certo tipo di atmosfera e modellare non solo oggetti, ma anche personaggi, mi affascina parecchio. È anche molto importante nel mio lavoro, spesso utilizzo una luce molto ridotta o forti contrasti tra illuminazioni e ombre per focalizzare l’attenzione in un certo punto dell’immagine.

In alcuni tuoi video lavori sulle immagini analogiche nei film. A volte poni due scene diverse una sull’altra e altre volte una accanto all’altra. Quando hai iniziato ad interessarti a questo processo?
Ho iniziato a studiare le immagini analogiche nel cinema per la mia tesi del master. Durante l’esperienza di studio al Frank Mohr Institute ho iniziato a diventare sempre più appassionata al cinema, ma anche sempre più confusa. Avevo l’idea che alcune immagini stereotipate apparissero diverse volte in film differenti e quindi tante domande sono affiorate: perché ci piacciono certi film? Cosa rende un film un’opera d’arte? Da dove proviene il mito che gira intorno ai film classici?
Nel frattempo ho avviato una ricerca complessa su questo progetto iniziando a guardare più di 70 film di generi diversi e ho sviluppato un sistema di categorizzazione per le varie scene che mi si presentavano davanti. Più le analizzavo più mi sentivo come uno scienziato fanatico che cercava verità nascoste e ne è uscita fuori una straordianria analisi del cinema. Così quello che è iniziato come un archivio digitale è diventato una serie di lavori che sono presenti nel sito.