La magnifica visione dell’Ypsigrock secondo Justin Mays
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Introduzione a cura di Giuliana Pizzi
Intervista di Giuseppe Resta

Epifania e tripudio di colori, l’Ypsigrock non è solo un festival, ma è un evento che si è imposto nel corso degli anni, diventando un appuntamento atteso e consolidato di retrouvailles di vecchi amici, che si riuniscono per raccontarsi quello che è successo nel corso dei mesi passati.

Nato vent’anni fa, ha resistito all’usura del tempo e al passaggio della cometa della tendenza confermandosi, edizione dopo edizione, una tappa attesa e sparuta nel panorama italiano dal Po in giù. Dal 1997, Ypsigrock è una tre giorni indipendente in programma dal 4 al 7 agosto a Castelbuono, un borgo medievale a 90 km da Palermo.

Fiaba contemporanea in cui la passione incontra la voglia di sperimentare, come nei migliori racconti si nutre di illustrazioni, che rendono l’immaginario traducibile e fanno della sinestesia qualcosa di tangibile. Anno dopo anno, l’immagine del festival viene affidata ad un artista diverso, il cui unico obiettivo è quello di tradurre il divertissement in colore reale e il lato amusant in magnifica visione. Dopo Sam Pierpoint e i suoi quadri dalle suggestioni nipponiche, YoAz il Pontormo del digitale, Alvaro Tapia con i suoi ritratti noir multicolore, Andrew Holder e le sue miscellanee di toni pastello e geometrie morbide ed Emanuele Sferruzza Moskowick con la sua mishegas di china, l’imminente edizione dell’Ypsigrock ha affidato la cura dell’artwork a Justin Mays, in arte maysgrafx.

Designer statunitense, con base a Los Angeles, Justin Mays è un artista i cui lavori si caratterizzano per l’uso del collage in chiave futuristica. Surreali e mitologiche le sue illustrazioni accordano elementi naturali a silhouettes giunoniche fino a farli confondere, mentre il colore si sovrappone e si integra con geometrie sacre e ancestrali. La glitch art esplode in toni audaci e psichedelici per ritornare poi sottoforma di quadro iper moderno, di immagine iper reale, di spazio iperuranio. Il risultato del lavoro di Justin Mays è tutto digitale: cultore dell’iPhonography, riesce a creare in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione. Che sia in una sala d’attesa o durante un trip, la creazione di Mays non da’ tregua e, per l’edizione del 2016, ha realizzato un artwork iconico a metà strada tra uno stendardo cittadino e un affresco visionario. Sullo sfondo campeggia il Castello dei Ventimiglia, simbolo di Castelbuono, da cui ordinate delle onde astrali si propagano quasi a voler diffondere il suono all’etere. Al centro una dea marina liquida domina la scena e, a braccia spalancate, è preda dell’estasi, immersa nel paesaggio naturale tra mare e montagne.

Artwort ha intervistato in anteprima Justin Mays chiedendogli di raccontarci il suo lavoro.

Ypsigrock Festival 2016_picc

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Artwort pubblica in anteprima il tuo artwork per Ypsigrock 2016. Come hai interpretato il concept del festival?
Vista l’importante occasione di progettare il poster di Ypsigrock, volevo mostrarne tutti gli elementi (il Castello, il Campeggio, le Montagne e il Mare) combinati con il mie astrazioni colorate e lo stile surreale. Dal momento che gran parte del mio lavoro è solitamente semplice e diretto, è stata una sfida molto interessante poter provare la combinazione di così tanti elementi.

Una donna, riferita ad una forma di vita aliena, è al centro della composizione. Perché molti dei tuoi lavori vedono un personaggio femminile come attore principale della scena?
Adopero spesso le forme femminili probabilmente perché sono un ragazzo e preferisco la figura femminile a quella maschile. Inoltre trovo che la figura della donna si sposi meglio con le mie elaborazioni. Il fine principale dei miei umanoidi senza volto è che l’osservatore o suoi conoscenti possano pensare d’immedesimarsi nella scena che ho creato.

Ci racconti qualcosa del tuo processo creativo? Quali sono gli strumenti del mestiere?
Uso Cinema 4D, After Effects, Photoshop, Illustrator e inoltre faccio molti lavori usando solo il mio iPhone con una vecchia app come Photoshop Touch (che adesso non è più disponibile) ma una valida alternativa potrebbe essere Art Studio App. Per un certo periodo di tempo ho usato soltanto il mio iPhone e le foto che scattavo. In seguito ebbi tutte queste idee per artworks che necessitavano di elementi che non erano presenti nelle mie foto, così ho cominciato ad utilizzare le immagini d’archivio.

La glitch art sembra sembra essere pioniera della ricerca estetica contemporanea. pensi che sia una reazione ad un minimalismo esausto? Ti piace sperimentare senza conoscerne gli esisti?
Mi piace lavorare con la glitch art perché è uno stile nuovo creato dalla generazione digitale, la stessa che ha prodotto un concetto di bellezza fino ad ora sconosciuto. Certe volte mi capita di trasformare una foto per ore prima di ottenere quella che farà fermare e fissare gli sguardi delle persone.

Post-produzione, post-modernismo, persino post post-modernismo. Il prefisso “post-“ ha segnato gli ultimi due decenni nel momento in cui i lavori di rielaborazione hanno superato la creazione di contenuti originali. Perché pensi che sia successo?
Ad essere onesto non mi sono fatto un’idea precisa su questo aspetto. Non mi piace molto attribuire le etichette, a me piace creare.

Los Angeles, il posto dove vivi, ha influenzato il tuo lavoro?
LA ha un’enorme influenza sul mio lavoro e il mio stile, ma ho vissuto a Miami Beach per qualche anno prima di trasferirmi a Los Angeles e direi che il mio stile deve molto alla cultura ricca, appariscente e vibrante di South Beach e Miami. Sono stato VJ a Cameo (South Beach) e realizzavo mix video per DJ ogni weekend. Spaziavo dalla live art alla musica usando video distorters, DVJs e altri strumenti. Era divertente e folle allo stesso tempo. Successivamente mi sono spostato a LA e ho trovato la mecca della motion graphic, adesso posso permettermi di avere più tempo per dedicarmi alla mia arte. Amo il fatto che LA possa offrire così tante attività all’aperto che aiutano ad ispirarsi, dalla spiaggia alle montagne, poi c’è Vegas e un fantastico deserto non troppo lontani.

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