Federico Floriani – Chi ha paura della forma?

Federico Floriani, attraverso i suoi progetti, veicola un pensiero articolato sul design italiano. Senza una corrente, dal momento che fatica a “collocarsi fisicamente, a figurarsi nel design”, Floriani vorrebbe crearsi una nicchia “dove riuscire a fare serie limitate, pochi oggetti ma di altissima qualità” e collaborare con Michael Jordan.

Nel tuo processo creativo quanto incide la ricerca sui materiali, applicata in modo consistente nel tuo lavoro Soap Experiments?
I materiali sono essenziali in qualsiasi fase. Il materiale è l’oggetto. Incide al 100% e veicola l’idea, la texture e i colori. Senza materiale non c’è design quindi non può che essere il 100% dell’idea. Poi se si esce dalla fisicità dell’oggetto allora ricerca e storia hanno altrettanta importanza.

In quanto designer, quanto è importante che un oggetto risponda a parametri di innovazione e sostenibilità?
Penso che un designer cerchi sempre di essere innovativo, che ci riesca o meno. Riguardo la sostenibilità è un tema che onestamente non affronto, penso che il semplice fatto di non fare industrial design mi renda sostenibile. In generale penso che si debba spingere al massimo per creare qualcosa che possa essere di ispirazione una volta che esce dalla nicchia del design ed è alla portata di tutti. Poi penso che un designer non sarà mai innovativo e sostenibile se non collabora con professionisti di altri settori (ingegneria, medicina, chimica etc..).

Il design può essere efficacia estetica senza funzionalità?
Per me assolutamente sì. Forma e funzione possono essere delle definizioni così vaghe. Basti pensare a un vaso, qualsiasi cosa con un buco può contenere dell’acqua, quindi qualsiasi vezzo estetico con un buco ha una funzione. Se attacco un gancio ad un albero è ancora un albero o è un attaccapanni? Mi sono trovato molte volte a creare degli oggetti in cui la funzionalità passava in secondo piano, perché veicolavano altro. Poi sono stato costretto a darne una, così superflua e debole da togliere più che aggiungere qualcosa all’oggetto, ma rendeva quell’oggetto design. Preferisco una funzione critica o speculativa ad una funzione pratica.

Tra i tuoi lavori c’è Tiresias. Si può dire che in questo caso creatività, intenzione e concept coesistono per creare un oggetto che rappresenti, oltre che una funzione, un pensiero e una storia?
Si, Tiresias è la storia, non l’oggetto. Volevo fare qualcosa di fantastico. La fantasia non deve essere applicata solo ad una forma ma volevo che la mia fantasia influisse sulla storia. Volevo divertirmi, tutto qui. Quindi dal momento in cui potevo pensare ad un progetto ho provato a sperimentare in un ambito che non avevo ancora esplorato, volevo immaginare un mito che avviene nel 2016, un mito contemporaneo in cui un’uomo diventa donna tramite l’acqua della caraffa, così da raggiungere la perfezione ed essere completo. 

In due progetti, Tiresias e Cisitophilia’s Recipes, affronti il tema della sessualità in due modi completamente differenti. È un tema caro al mondo dell’arte e che, oggi più che mai, si sente la necessità di approfondire. C’è differenza nell’approcciarsi a un tipo di design più audace?
Si, c’è una differenza e penso che stia nel fatto che si esce dalle categorie standard del design e quindi si corre il rischio di non essere capiti, pubblicati o presi per matti. In Italia più che mai. Nei Paesi scandinavi invece è il contrario e vedo molti più designer che sono liberi di fare quello che vogliono e vengono apprezzati. Design è disegnare, potendo disegnare perché non provare a farlo con cose mai disegnate prima? È come se all’asilo, i bambini potessero disegnare solo mele, di tutti i colori che vogliono, ma solo mele.

La semplicità degli oggetti caratterizza i tuoi lavori. Per arrivare a queste forme quanto è complesso il processo di semplificazione che sta dietro l’oggetto finito?
Penso sia, più che una semplificazione, una ricerca delle proporzioni adatte. Si tratta di provare, disegnare, fare prototipi finché non si è soddisfatti.

Quale collaborazione sogni?
Michael Jordan.