Erica Scourti – Subject shattering algorithms
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Se si volesse associare il nome di Erica Scourti al materiale con cui vengono plasmate le sue opere, questo sarebbe senza dubbio un algoritmo. Quello nella sua forma più insidiosa, che cela il controllo sul linguaggio e sulle forme d’espressione soggettive, dietro l’apparenza di anonimo strumento di calcolo. Ovvero, l’algoritmo come è utilizzato dagli iPhone, Google o Facebook.

Da secoli la matematica non è adoperata solo come strumento di misurazione, ma anche come strumento di produzione e ri-produzione della realtà. La matematizzazione del mondo ha permesso all’uomo di raggiungere traguardi altrimenti impensabili: conquista dello spazio, automazione di complessi processi produttivi, informatizzazione. Tutti risultati resi possibili grazie a lunghe sequenze di calcoli numerici. Internet e la sua evoluzione 2.0 hanno poi creato le possibilità affinché questo processo non si limitasse alla gestione degli oggetti, ma arrivasse a varcare le soglie della soggettività, fino ad influenzare direttamente gli strati più profondi dell’uomo: linguaggio, bisogni e desideri.

È un processo silenzioso che si insinua, senza farsi notare, nelle articolazioni della soggettività.
Quando però questo viene scoperto e portato alla luce, il risultato è tanto inquietante quanto grottesco. Il rigore matematico diventa illogico, e l’impersonale efficienza si rivela avere precise connotazioni culturali. Dare espressione alla svelata irrazionalità e parzialità dell’algoritmo è l’aspetto fondamentale della poetica dell’artista britannica Erica Scourti. È praticamente impossibile definire la sua opera in termini tecnici o disciplinari. Attribuirle lo status di media o video artist, sarebbe riduttivo. I suoi video, testi e performance, non sono altro che la documentazione degli effetti dell’intensa esposizione della propria soggettività all’azione dell’algoritmo.

In Body Scan, Erica Scourti fotografa diverse parti del suo corpo e fa analizzare le immagini da una app di ricerca visuale, che le identifica e rimanda a informazioni trovate su internet che considera correlate. Oltre a considerare alcune parti del corpo “offensive”, l’applicazione delinea un ritratto fortemente stereotipato del corpo femminile e orientato da precisi interessi economici.

Un altro autoritratto dell’artista, distorto e pesantemente influenzato da dinamiche commerciali, si ha con Life in AdWords. Per circa un anno l’artista britannica ha scritto e inviato via email sul suo account Gmail il suo diario personale, per poi leggere davanti ad una webcam la lista delle parole chiave utilizzate da GoogleAd e dei prodotti consigliati.

Nella rappresentazione deformata della soggettività di Erica Scourti, negli enunciati delle opere, riecheggia lo stesso effetto spiazzante delle assurdità pronunciate dai personaggi di Samuel Beckett; esse disorientano perché insensate ma allo stesso tempo risuonano fin troppo familiari. Il teatro dell’assurdo non ha creato niente di nuovo. Esso si è limitato a mettere in scena il non-senso dei luoghi comuni di cui è pieno il linguaggio quotidiano, mostrandolo da un punto di vista inusuale. Theodor W. Adorno paragonava il disagio provocato dalle opere di Beckett, a quello causato dal riconoscere la propria voce registrata, rendendosi conto che è diversa da come la si credeva.

Ed è proprio la voce registrata il soggetto principale di una delle sue piéce più celebri, L’ultimo nastro di Krapp, in cui, per tutta la durata dello spettacolo, il protagonista riproduce delle sue vecchie registrazioni su un mangianastri. Anzichè affidarsi a delle registrazioni su nastro magnetico, in Think you know me, Erica Scourti mostra il riflesso alterato della propria soggettività, enunciando i testi generati al momento dal sistema di completamento automatico del suo iPhone. L’artista così affida completamente la sua facoltà linguistica all’algoritmo, si fa carico della sua soggettività e ne definisce le forme espressive. Il risultato è un lungo monologo, apparentemente coerente, a tratti comico, ma assolutamente privo di senso. Da rigorosa sequenza di calcoli, l’algoritmo appare come un compulsivo generatore di caos.

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