Storie di architettura non ordinarie – Poggioreale

Percorrevo la statale a scorrimento veloce Palermo-Sciacca in una giornata invernale, di quell’inverno che in Sicilia può essere bello come da nessun’altra parte. In una macchina affittata tagliavo l’isola da nord a sud verso Agrigento, tra paesaggi continuamente mutevoli e inaspettati. Poggioreale non doveva essere la meta finale, è stata una destinazione altrettanto inattesa. L’insegna blu che indicava la via ha acceso un ricordo di immagini viste e visioni immaginate che era impossibile ignorare. Giro ed entro, dopo qualche rotonda, nel paese. Una piazza deserta e surreale mi accoglie.

Ma vado per ordine.

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Poggioreale, Puggiuriali, Podus regalis, è un paese del trapanese tra Palermo ed Agrigento, fondato intorno al 1600 dal Marchese di Gibellina. Il 15 Gennaio del 1968, a seguito del tremendo e noto terremoto del Belice, la sua storia, sconosciuta ma di forte e dignitosa anonimia paesana, si ferma ad un bivio che raddoppierà l’identità del luogo. Le scosse furono fortissime. Troppi i danni alle case costruite con materiali scadenti, troppe le macerie sui luoghi, sulle strade e sulle persone, troppo lente le macchine del soccorso. Vennero allestiti rifugi temporanei per l’emergenza che col passare del tempo divennero baraccopoli, popolate fino a sette-otto anni di distanza dalla calamità naturale. Il paese non poteva più esistere su quel terreno e venne ricostruito alcuni chilometri più in basso di quella collina disastrata dalla potenza naturale. Alcune persone andarono via dalla Sicilia, attraversando l’Oceano fino all’Australia o più semplicemente risalendo la penisola e raggiungendo il nord Italia.

Iniziò così un nuovo anno zero di Poggioreale, nella località Mandra di Mezzo –come fossimo in un libro fantasy– secondo un piano di trasferimento totale della popolazione. Si pensò di strutturare ad anello l’evoluzione urbana della città che doveva nascere, partendo dal nucleo centrale di piazza Elimo: il nome è lo stesso di quella del paese vecchio e la nuova forma circolare doveva suggerire protezione e racchiudere le speranze vecchie e future, come fosse un epicentro positivo di propagazione.

Sembrava teoricamente un buon punto di partenza per iniziare a ricostruire ma il tempo dirà che si tratterà solo di nuove rovine.

Sono alla rotonda, poco più avanti, davanti a me, c’è proprio Piazza Elimo progettata da Paolo Portoghesi, nel 1988. Sulla pavimentazione bicroma a scacchiera di marmo rosa e grigio, il sole disegna a stento le ombre delle colonne doriche, in uno sforzo di esibizione dell’architettura. C’è vento tra le balconate barocche in cui si intravedono scorci di desolante silenzio e malinconia, sensazioni che stridono con il sapore kitsch della piazza, un salotto cittadino per eventi che probabilmente non ci sono mai stati. Doveva essere una agorà greca –nel linguaggio e nel cromatismo– tale da poter ricucire lo strappo, da contrastare lo spaesamento e la perdita di identità procurata dalle fratture di terreno nel centro antico. Ma non trovo nessuna armonia con la terra, col corpo umano e niente della responsabilità etica ottenuta con la forza della bellezza metastrutturale che si legge in alcuni libri su Portoghesi. Solo autocelebrazione del delirio post-moderno.

Un uomo scende le scale a chiocciola, ferrose e rosse, di un’architettura spigolosa e brutalista e passa davanti ad edificio che finge di essere una fermata dell’autobus, progettato da Franco Purini: due finti piani ottenuti tramite una giusta proporzione delle bucature e delle parti. All’uomo interessano però le cose reali e l’autobus non passerà. Così continuerà a camminare fino al bar, come i cartoni d’alcolici vuoti,  il vero luogo di aggregazione a cui portano tutte le strade.

La mia –di strada– continua invece verso il passato e le rovine del paese che fu, dove la memoria è più forte delle forme architettoniche interrotte.

C’è vento ancor più forte qui, muove gli infissi arrugginiti e le porte a battenti del piano terra di edifici ormai senza coperchio. Passo tra i cumuli di terra e piante, spostando i rami di rovi e dei fichi selavatici più grandi con le mani.

Qualche anno fa dovevano essere di più e le strade secondarie del paese praticamente inaccessibili. All’entrata è chiaro l’avviso che vieta l’accesso “a qualsiasi titolo”, ma è altrettanto chiaro che il paese fantasma lotti contro il tempo: i crolli, i depredamenti e le incurie contano i secondi al fermento turistico generatosi in questi ultimi anni. Perciò c’è un’associazione -“Poggioreale Antica”- che si occupa ora di rallentare il battere delle lancette e di considerare il severo cartello quasi uno scherzo. Che entrino tutti.

Speravo di essere solo ma c’è altra gente che si perde tra le vie del paese, cercando di ricollocare i luoghi, ritrovare sensazioni e qualche segno di vita quotidiana. C’è quella classica percezione di inquietudine e mistero che si mescola con la voglia di scoperta. Sembra di sentire rumori, suoni probabilmente derivanti dal sibilo del vento. C’è vita contadina perduta tra fatica e privazione ma racchiusa nell’odore ancora dolce del fieno e degli animali che occupavano le stalle, ora invase della vegetazione spontanea. Ci sono resti di libri e quaderni nell’edificio scolastico. C’è Piazza Elimo, quella autentica, teatro di incontri cittadini in passato e ora allestimento di set per cinema: Tornatore ci ha portato a passeggiare Malena nel film omonimo e Joe Morelli per “L’uomo delle stelle” qualche anno prima. Da mettersi al centro dello spazio sul piedistallo e ricostruire l’impronta della casata d’Aragona nella composizone del borgo.

È ora di pranzo e non si vede quasi più nessuno affacciarsi dai balconi senza ringhiera, pericolanti ma fascinosi. Si alza nuovamente il vento, una musica risuona tra le pareti. Non c’è niente e non esiste niente di tutto questo se non il ricordo, ma mi viene da seguirla. Salgo la grande scalinata. Una facciata di una chiesa a metà ed un arco a cui rimangono solo i piedritti. E un caprone nero al lato. Ferma il suo brucare e mi osserva. Sono evidentemente di troppo e mi allontano, prima verso l’uscita del paese, poi verso la macchina. Poi sulle curve che scendono giù verso la statale. Immagino allora un nuovo avvicinamento, una nuova migrazione nella Poggioreale vecchia. Di nuove persone e nuove abitazioni. Un abbraccio di terra, rovine e superarchitetture. E al cancello d’ingresso non più un divieto ma un’insegna che dice PoggioRealissima.

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