Kuehn Malvezzi recupera la Parochialkirche di Berlino

La Parochialkirche è un sonnolento gigante di mattoni che languisce nel Mitte berlinese: completamente sfigurata dai bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale, la chiesa ha subito un lento processo di recupero che ha portato all’installazione della copertura nel 1988 e al graduale restauro, non ancora concluso, degli spazi interni, a cavallo del nuovo secolo. Il concorso da poco terminato per la proposta di una sistemazione interna si inserisce in questo processo di reinvenzione del monumento, e nell’esito finale ha visto vincitrice l’interessante e schiva proposta dello studio Kuehn Malvezzi, che intesse un raffinato dialogo con l’esistente. La proposta architettonica denuncia una marcata attenzione volumetrica e spaziale nei confronti di un ambiente ecclesiastico ormai sconsacrato, lambendo solo tangenzialmente l’interno della chiesa e contribuendo così a rendere ancora più intensa e variegata l’introduzione spaziale. L’unico elemento tangibile è un volume compatto e condensato, posto in corrispondenza dell’ingresso principale, una torre intagliata nel legno chiaro del rivestimento che si pone come ideale contrappunto rispetto all’immenso spazio dell’aula a pianta centrale. Questa è lasciata completamente sgombra ma con la possibilità di ospitare eventi ed esposizioni. L’architettura si riduce a monolite puro anche se complesso, elemento misuratore e riferimento di scala per la comprensione dell’ambiente circostante, introdotto dalla compressione spaziale in ingresso e dall’articolazione su due livelli che conferisce dinamismo e possibilità inedite.

Le pareti nude della chiesa scoperchiata dagli eventi bellici rivivono ora più intense nelle tracce di cui si sono fatte portatrici, e lo sfondato della copertura riesce ancora a rimandare più ad elementi metafisici che ai momenti drammatici della storia. Pieno e vuoto, congestione e ampiezza sono i concetti che regolano lo spazio, guidando i passi fino ad aggirare questo strano intermezzo ligneo. La visione si espande nell’ambiente inondato di luce, un vuoto su cui affaccia quello in secondo piano della copertura, in un valzer di sensazioni spaziali amplificate in piccola scala dal ventaglio di pareti espositive scorrevoli, pronte a sorprendere il visitatore come una pinacoteca da sfogliare poco per volta. Semplice ed efficace, la proposta non rinuncia alla propria dignità progettuale ma anzi sembra avere compreso che ritirandosi, si possa guadagnare una visibilità e un ruolo inaspettato, ancora più centrale.